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PAROLA DEL SIGNORE

Il Vangelo di domenica 7 novembre 2010

Il commento della XXXII Domenica del Tempo Ordinario è d'Ileana Mortari

Io sono la risurrezione e la vita, dice il Signore; chi crede in me non morirà in eterno (Gv 11,25.26).  Queste parole di Gesù stimolano la riflessione sul destino dell'essere umano, fedele e riconciliato con il progetto originario di Dio. La Bibbia sottolinea la bellezza e la perfezione iniziale della Creazione, dalle quali risulta evidente la grandezza e la santità dell'uomo. Santo è ciò che viene da Dio, ma anche ciò che, malgrado il peccato, si conforma all'immagine originaria da Lui creata, ricostituendo la meraviglia della Creazione. L'uomo ha in sé una grande anima, che va curata, protetta, accresciuta perché è la mappa che lo accompagnerà nel suo viaggio nel mondo ed infine nel Cielo; ecco perché Gesù è il Salvatore: chi ascolta le sue parole e vive di conseguenza, ritrova la via  che sfocia nella vita eterna.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 20,27-38 

In quel tempo, si avvicinarono alcuni sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione, e posero a Gesù questa domanda: "Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se a qualcuno muore un fratello che ha moglie, ma senza figli, suo fratello si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello.
C'erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli. Da ultimo anche la donna morì. Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie". Gesù rispose: "I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell'altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui".

IL COMMENTO DELLA TEOLOGA ILEANA MORTARI. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi. Il brano rientra nella sezione di Luca del cap.20, in cui troviamo una serie di dispute di Gesù con esponenti delle autorità religiose di Israele: i dottori della Legge (o scribi), i farisei e i sadducei; nella fattispecie qui si tratta del terzo gruppo. Nati probabilmente nei circoli degli ebrei filellenici intorno al 200 a.C., i Sadducei erano esponenti della ricca aristocrazia di Gerusalemme, membri di famiglie influenti con funzioni sacerdotali di rilievo: erano sommi sacerdoti e anziani, responsabili dell'organizzazione e dell'amministrazione del Tempio. Il loro nome infatti risaliva a Sadok, sommo sacerdote al tempo di Salomone. Caratterizzati da rigido conservatorismo, si attenevano strettamente alla Legge di Mosè, cioè al Pentateuco (o Torah) e respingevano la tradizione orale (accettata invece dai farisei) e le credenze del giudaismo più recente. Così negavano la resurrezione dai morti, giudicata una superstizione popolare estranea alle Scritture, perché non menzionata nel Pentateuco; e ritenevano non canonico il passo di Daniele che ne parla. Respingevano pure il messianismo nella sua forma più alta e spirituale e la presenza nella storia di angeli e demoni. Conservatori in campo religioso, erano invece politicamente aperti, pronti a consolidare la loro autorità anche ricorrendo ad accordi palesi o segreti col potere romano con cui non avevano conflitti. Nel 70 d.C., in seguito alla caduta di Gerusalemme, essi spariscono dalla scena come partito attivo politicamente, mentre acquistano sempre più influenza e potere i farisei. La loro presenza nei Vangeli è una reale memoria storica del tempo di Gesù.

LA VITA ETERNA. Nel brano in questione alcuni sadducei, che - come abbiamo visto - non credevano nella resurrezione, propongono a Gesù un caso ipotetico, una storia inventata nelle scuole rabbiniche: se una donna, conformemente alla legge del levirato (Deut.25,5 ssg.), ha avuto sette mariti, di chi sarà moglie nella resurrezione? E lo dicono con una buona dose di ironia; come dire: se c'è la resurrezione, come la mettiamo in un caso del genere? Quali complicazioni assurde deriverebbero dall'esistenza della resurrezione! Essi erano certi di poter gettare il ridicolo su ogni eventuale risposta di Gesù. Il quesito rientrava in quella casistica su cui si svolgevano frequenti e infervorate discussioni nell'ambito rabbinico accademico. Ma il Maestro come sempre non scende sul terreno della disputa e sposta la questione a un altro livello, dando nel contempo ai sadducei e a noi un importante insegnamento sulla resurrezione. Dalle sue parole si capisce che essa non andava intesa come continuazione e accrescimento delle gioie della vita terrena (così affermava allora una grossolana concezione popolare), ma come una condizione assolutamente nuova, che non è possibile esprimere con il linguaggio e le categorie mentali della vita presente, perché sfugge agli schemi del mondo terreno. In sostanza Egli dice: i risorti non si sposano, perché ormai sono immortali e non occorre più il matrimonio per proseguire la stirpe umana; inoltre essi sono uguali agli angeli, cioè hanno come loro un corpo spiritualizzato (cfr. S.Paolo 1° Cor. 15, 42-46); infine essi sono a pieno titolo "figli di Dio", perché partecipano integralmente della condizione divina, e dunque dell'eternità. E poi, analogamente ai Sadducei, anche Gesù fa una citazione scritturistica dal Pentateuco, ma non per ribattere colpo su colpo le affermazioni degli avversari, bensì, ancora una volta, per spostare il dibattito su un altro piano, individuando il "centro" della questione: ciò che conta non è "come" saranno gli uomini dopo la morte, ma chi è quel Dio che si rivela e mostra loro una fedeltà senza limiti. Egli si rifà all'episodio del roveto ardente, in cui Dio si manifesta a Mosè e gli dice: "Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe" (Es.3,2-6) e ne trae la conseguenza che "Dio non è il Dio dei morti, ma dei viventi, perché tutti vivono per Lui" (v.38). Ora, l'espressione "il Dio di Abramo, etc." richiama il patto di Alleanza, cioè di reciproca e stretta appartenenza che ha legato Israele a Jahvè; ma allora, se al popolo ebraico è stato offerto un amore particolare, una predilezione da parte di Dio, che è il Salvatore per antonomasia, non può accadere che la morte abbia l'ultima parola; Dio non può essere più debole della morte! E soprattutto, se Dio ama l'uomo, non può abbandonarlo in potere della morte. Ecco perché tutti "per Lui", cioè grazie a lui, vivono! Certo, nella resurrezione non si ha la semplice continuazione della vita terrena (come ritenevano i farisei, e per di più con un'accresciuta fecondità!), ma un'esistenza totalmente "nuova" e non esprimibile nelle categorie terrene. La nostra condizione attuale può essere paragonata a quella del feto che vive e si muove nel grembo della madre come in un ambiente a lui familiare, ma che non ha e non può avere la benché minima idea sul mondo che l'aspetta al momento in cui vedrà la luce! Così sarà per noi, quando varcheremo il "muro d'ombra": non sappiamo, né mai potremo sapere come sarà! Pertanto ci è chiesto di respingere le inutili curiosità su come, in che modo, quando, etc., mentre dovremmo piuttosto preoccuparci di rispondere alla illimitata fedeltà di Dio, cercando di compiere ogni giorno la Sua volontà.

Il commento è della teologa Ileana Mortari

- 06 Novembre 2010

Articolo scritto da Fabiana Chini
Redazione TevereNotizie.com

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