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PAROLA DEL SIGNORE

Il Vangelo di domenica 7 marzo 2010

Il commento della III Domenica di Quaresima è di mons. Roberto Brunelli

A valorizzare la nostra vita non ce l'insegnano mai. C'insegnano come essere obbedienti, come non turbare l'ordine della famiglia, della scuola, della società, ma non c'insegnano mai come non turbare noi stessi e i nostri sentimenti profondi, come realizzare in modo buono e sano la nostra vita interiore. La spiritualità dell'uomo è la sua più grande ricchezza, è il suo "carburante" nella crescita, nella realizzazione e nei momenti difficili; è la sede del suo incontro con il mondo e con l'oltre mondo; il luogo del profondo comprendere il senso dell'esistenza. Nella nostra vita sentiamo benissimo il bisogno di produrre frutti buoni, belli, duraturi, ma dobbiamo anche educarci a come farlo senza cadere in trappole e facili illusioni che ci lasciano sfiancati, tristi e disillusi. Guardarci dentro e capire profondamente noi stessi  con sincerità è già un buon inizio, ma bisogna essere onesti e non barare perché il sentiero per l'Eternità inizia dalla nostra anima e dobbiamo concederci il lusso d'incontrarla, amarla e proteggerla senza mezzi termini.

Dal Salmo  102
Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tanti suoi benefici.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 13,1-9

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù rispose: "Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Siloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo".
Disse anche questa parabola: "Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest'anno, finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l'avvenire; se no, lo taglierai".

IL COMMENTO DI MONS. ROBERTO BRUNELLI. Davanti all'unica certezza. L'INCERTEZZA DEL VIVERE. Due fatti di cronaca e una breve parabola costituiscono l'ossatura del vangelo odierno, dando modo a Gesù di formulare insegnamenti validi anche oggi. Il primo è "il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici"; il secondo riguarda "quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Siloe e le uccise". Ricordiamo: Ponzio Pilato era il governatore romano della Palestina, espressione di una potenza che per affermarsi non esitava a ricorrere alla violenza; Siloe era un quartiere, il più antico, di Gerusalemme. Quegli episodi di duemila anni fa trovano un facile parallelo nell'attualità: il primo, nella violenza praticata dagli uomini, dalle persecuzioni contro le minoranze (ad esempio quelle recenti contro i cristiani in India) agli attentati dinamitardi e alle guerre, dagli spacciatori di droga agli automobilisti ubriachi che provocano incidenti mortali, dagli inquinatori dei fiumi alla criminalità organizzata e via inorridendo; il secondo, nella violenza della natura, con il corredo di morti per terremoti, tsunami, tempeste tropicali, montagne franose, eruzioni vulcaniche e via lamentando. "Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? O quelle diciotto persone... credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?" chiede Gesù, conoscendo la mentalità dei suoi ascoltatori: e in entrambi i casi risponde con un categorico " No, io vi dico". Anche oggi non manca chi vede nelle disgrazie altrui una punizione del Cielo; ma forse più numerosi sono quanti lamentano che Dio non intervenga a impedirle, dimenticando che se ci manovrasse come robot violerebbe la libertà di cui ci ha dotati. E con la libertà ci ha dato l'intelligenza, per costruire case antisismiche e non in luoghi a rischio, per evitare di assumere droghe e quant'altro danneggia noi stessi e chi ci vive accanto, per edificare un mondo più giusto dove sia bandita ogni violenza e si viva in uno spirito di solidarietà.

RIFLETTERE SUI SIGNIFICATI. Piuttosto, di fronte alle morti per causa altrui Gesù invita a riflettere, aggiungendo al suo categorico "No" le seguenti parole: "ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo". Esse non vanno intese nel senso che chi non si converte morirà di morte violenta; alla luce di altri passi della Scrittura sull'argomento, quelle parole sono un richiamo al fatto che tutti subiremo la morte fisica, ma l'importante è non subire anche quella eterna. Non sappiamo quando giungerà la fine della vita terrena: potrebbe capitare all'improvviso, e dunque occorre da subito pensare al "dopo". Il "dopo" comporta un giudizio, per valutare i frutti che in questa vita ciascuno ha prodotto. E' quanto Gesù ricorda con la paraboletta del fico sterile: "Sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest'albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?" Così dice il padrone al contadino, il quale risponde: "Padrone, lascialo ancora quest'anno, finché gli avrò zappato attorno e messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l'avvenire; se no, lo taglierai". In altre parole: Dio si aspetta frutti dall'uomo, e gliene offre i mezzi; aspetta con pazienza, ma non all'infinito. Ne deriva il richiamo a non trascorrere una vita vuota, ma a riempirla di buoni frutti in vista del giudizio, e senza tardare, perché non sappiamo quando il giudizio arriverà. Davanti all'unica certezza di questa vita, la sua fine, non bisogna dunque né restare paralizzati dalla paura o dalla rassegnazione, né trascorrere i giorni presenti nell'indifferenza o nel male. Il richiamo di Gesù suona piuttosto come un invito a valorizzare la vita, a viverla in pienezza, densa di bene.

Il commento è di Mons. Roberto Brunelli

- 05 Marzo 2010

Articolo scritto da Fabiana Chini
Redazione TevereNotizie.com

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