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PAROLA DEL SIGNORE

Il Vangelo di domenica 6 agosto 2017

Il commento della Trasfigurazione del Signore è di mons. Roberto Brunelli

La solennità della Trasfigurazione del Signore che celebriamo in questa prima domenica di agosto 2017, ci invita a fare un cammino tra due monti importanti, quello del Tabor e quello del Calvario. Fondamentalmente si tratta si seguire Gesù, insieme a Pietro Giacomo e Giovanni e salire sul luogo dove Cristo si trasfigura davanti a loro, cambiando aspetto e esteriore, al punto tale che “il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”. Questa esperienza di gioia e di Paradiso, fa' chiedere agli apostoli a Gesù, che è accompagnato da Mosè e da Elia, di restare lì per sempre. Quella montagna è gradevole e invita addirittura a stabilizzarsi lì, vivendo in contemplazione, per tutta la vita. Ma Gesù ricorda agli apostoli che bisogna lasciare quella montagna, perché a lui e a tutti ce ne aspetta un'altra quella che si chiama Calvario. Si è eroi non solo nel successo, ma anche nell'apparente insuccesso. Il Monte Tabor è il monte della Gloria, il Monte Calvario e il Monte della Salvezza e della Redenzione. L'uno e l'altro sono legati da un filo conduttore, che è la vita di Gesù. Salire su questi due monti, vuol dire per un cristiano essere davvero dalla parte di Dio, che si rivela a noi nella gloria, ma anche nel dolore. Amare Cristo del Tabor è amare Cristo Crocifisso, perché è l'unico Figllio di Dio che si rivela a noi, sia sul Tabor che sulla Croce. Non a caso il testo del Vangelo di questa solennità, puntualizza la nuova manifestazione di Gesù Cristo come Figlio di Dio: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». La conseguenza di questa nuova manifestazione, sta nell'adorazione degli apostoli e nell'atteggiamento della piena sottomissione a Dio della loro vita, infatti, i tre apostoli “all'udire ciò caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo”. Dopo l'esperienza della gioia e della gloria si ritorna a stare tu a tu con Gesù, riprendo un cammino di cui il Tabor è solo una tappa bellissima, ma proiettata al Calvario. Tanto è vero che “mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti». Perché Gesù chiede ai tre di mantenere il segreto di quello che hanno visto? La risposta è semplice: perché nella gioia, quando le cose vanno bene, si è portati a credere facilmente, senza ragionare più di tanto. E' quando ci troviamo di fronte al dolore, alla morte, alla prova, alla sofferenza, quando dobbiamo salire anche noi il nostro Calvario portando la nostra croce, allora diventa difficile credere ed affidarsi al Signore. Gesù vuole preparare i suoi tre apostoli più vicini a Lui al mistero della Croce che si compirà da li a poco. Questa fede nel crocifisso e risorto, necessità di verifiche e di convinte adesioni personali ed ecclesiali. (commento di Padre Antonio Rungi)

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 17,1-9

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte.
E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce.
Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: «Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia».
Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo».
All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore.
Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: «Alzatevi e non temete».
Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo.
E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».


IL COMMENTO DI MONS. ROBERTO BRUNELLI: "VISIONE SENZA PARI ANTICIPATRICE". Quando, come quest'anno, il 6 agosto cade di domenica, il calendario liturgico prevede che si interrompa la normale sequenza delle celebrazioni festive per lasciare il posto alla festa derivata dall'episodio (Matteo 17,1-9) forse più misterioso della vita di Gesù, la sua Trasfigurazione. Un giorno egli "prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”.
L'alto monte è stato riconosciuto nel Tabor, che si erge solitario dalla piana di Esdrelon: e lassù, agli occhi stupefatti dei tre apostoli il loro Maestro apparve come mai l'avevano visto. Abituati a considerarlo un grande, un inviato da Dio ma pur sempre un uomo, per la prima volta egli manifestava loro anche l'altra sua natura, la sua sfolgorante divinità. Era un preannuncio della sua Pasqua, come si evince dal comando che in seguito egli diede loro: "Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti". Dunque, trasfigurandosi davanti a loro Gesù ha voluto preparare gli apostoli a non perdere la fiducia in lui, quando l'avrebbero visto catturato, torturato e messo in croce: la sua morte non sarebbe stata la sua sconfitta, la fine di tutto, ma soltanto un passaggio alla piena rivelazione di che cos'era stata la sua presenza in questo mondo.
Non è tutto. Accanto a Gesù brillante come il sole “apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui”. Il sole, come simbolo di Dio: il sole, da cui vengono la luce e il calore e dunque la vita sulla terra, è quanto di meglio può far intuire l'importanza di Dio nella dimensione spirituale dell'esistenza. Forse proprio ricordando il Gesù trasfigurato, uno dei tre che l'avevano visto così, Giovanni, all'inizio del suo Vangelo (1,1-18) parlò poi di Gesù come della luce entrata nel mondo.
Quanto ai due apparsi accanto a lui, Mosè impersona l'antica Legge, per suo tramite data da Dio al popolo d'Israele; Elia era il più noto e dunque il simbolo di tutti i profeti, anch'egli tra l'altro beneficiario di una manifestazione di Dio sul monte dove Mosè aveva ricevuto la Legge, il monte Oreb. Insieme essi rappresentano la Sacra Scrittura (per la parte scritta sino ad allora, quella che noi chiamiamo l'Antico Testamento); all'uso del tempo, anche Gesù la designava come "la Legge e i Profeti".
Questi due personaggi riassumono l'Antico Testamento, e qui appaiono subordinati a Gesù, perché della loro opera egli è il compimento: è il nuovo e definitivo legislatore, è il nuovo e definitivo profeta venuto a proclamare che Dio è Padre: il "Padre suo e Padre nostro". Quel Padre che nel corso della trasfigurazione fa udire la sua voce per affermare: “Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”.
L'esortazione ad ascoltare Gesù rivolta ai tre apostoli (ma per loro tramite anche a tutti gli uomini) è la logica conseguenza di quanto è stato mostrato loro: se Gesù è il rivelatore del Padre, se si considera che ascoltare davvero comporta il vivere secondo la sua Parola, abbiamo qui un programma di vita per tutti i cristiani, esposto dalla più autorevole delle fonti. Programma non sempre facile, bisogna ammetterlo, ma un bilancio tra costi e ricavi rivela che impegnarsi conviene. A incoraggiare gli uomini nell'impresa viene la spontanea affermazione di Pietro davanti alla visione offertagli: “Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Proposito ingenuo nella formulazione, ma da non trascurare per ciò che sottintende: Pietro e gli altri due hanno visto un anticipo di Paradiso, e apparve loro così bello, da non volersene andare più.

Il commento del Vangelo è di mons. Roberto Brunelli

- 05 Agosto 2017

Articolo scritto da Redazione TevereNotizie
Redazione TevereNotizie.com

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