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PAROLA DEL SIGNORE

Il Vangelo di domenica 4 giugno 2017

Il commento della domenica di Pentecoste è di Don Luigi Gioia

La Parola di Dio racconta in quattro modi diversi il venire dello Spirito Santo, per dirci che Lui, il respiro di Dio, non sopporta schemi. Nel Vangelo lo Spirito viene come presenza che consola, leggero e quieto come un respiro, come il battito del cuore. Negli Atti viene come energia, coraggio, rombo di tuono che spalanca le porte e le parole. Mentre tu sei impegnato a tracciare i confini di casa, lui spalanca finestre, ti apre davanti il mondo, chiama oltre. Secondo Paolo, viene come dono diverso per ciascuno, bellezza e genialità di ogni cristiano. E un quarto racconto è nel versetto del salmo: del tuo Spirito Signore è piena la terra. Tutta la terra, niente e nessuno esclusi. Ed è piena, non solo sfiorata dal vento di Dio, ma colmata: tracima, trabocca, non c'è niente e nessuno senza la pressione mite e possente dello Spirito di Dio, che porta pollini di primavera nel seno della storia e di tutte le cose. "Che fa vivere e santifica l'universo", come preghiamo nella Eucaristia. Mentre erano chiuse le porte del luogo per paura dei Giudei, ecco accadere qualcosa che ribalta la vita degli apostoli, che rovescia come un guanto quel gruppetto bloccato dietro porte sbarrate. Qualcosa ha trasformato uomini barcollanti d'angoscia, in persone danzanti di gioia, "ubriache" (Atti 2,13) di coraggio: è lo Spirito, fiamma che riaccende le vite, vento che dilaga dalla camera alta, terremoto che fa cadere le costruzioni pericolanti, sbagliate, e lascia in piedi solo ciò che è davvero solido. È accaduta la Pentecoste e si è sbloccata la vita. La sera di Pasqua, mentre erano chiuse le porte, venne Gesù, stette in mezzo ai suoi e disse: pace! L'abbandonato ritorna da coloro che lo avevano abbandonato. Non accusa nessuno, avvia processi di vita; gestisce la fragilità dei suoi con un metodo umanissimo e creativo: li rassicura che il suo amore per loro è intatto (mostrò loro le mani piagate e il costato aperto, ferite d'amore); ribadisce la sua fiducia testarda, illogica e totale in loro (come il Padre ha mandato me, io mando voi). Voi come me. Voi e non altri. Anche se mi avete lasciato solo, io credo ancora in voi, e non vi mollo. E infine gioca al rialzo, offre un di più: alitò su di loro e disse: ricevete lo Spirito Santo. Lo Spirito è il respiro di Dio. In quella stanza chiusa, in quella situazione asfittica, entra il respiro ampio e profondo di Dio, l'ossigeno del cielo. E come in principio il Creatore soffiò il suo alito di vita su Adamo, così ora Gesù soffia vita, trasmette ai suoi ciò che lo fa vivere, quel principio vitale e luminoso, quella intensità che lo faceva diverso, che faceva unico il suo modo di amare, e spalancava orizzonti. (commento di Padre Ermes Ronchi)

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,19-23

La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!».
Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi».
Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo;
a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».

IL COMMENTO DI DON LUIGI GIOIA: "RESPIRARE DIO". Il gesto che compie Gesù nel Vangelo di oggi richiama quello del Padre nel momento della creazione del primo essere umano. Come infatti Gesù soffia per effondere lo Spirito Santo, così nel libro della Genesi il Padre plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente. Ricevere il soffio di Dio indica che viene stabilito un legame unico tra l'essere umano e il suo creatore. L'uomo vive del soffio stesso di Dio, respira in Dio, respira Dio. A questo corrisponde l'espressione di Paolo nel suo discorso ad Atene: in Lui, in Dio, abbiamo la vita, il movimento e l'essere. Se non si può parlare di consanguineità con Dio, perché Dio non ha un sangue, si può coniare il termine di ‘con-spiritualità': partecipiamo dello stesso ‘spirito', dello stesso ‘soffio' (entrambi traduzioni possibili del termine ruah in ebraico), esiste una vera parentela tra noi e Dio. Senza il soffio di Dio non esistiamo, non solo a livello della nostra vita biologica, ma soprattutto dal punto di vista relazionale. Continuiamo a respirare solo se restiamo in relazione con Dio, in pace con Dio. Per riplasmare la sua creatura, dunque, il Signore rinnova lo stesso gesto della creazione: soffia il suo Spirito nell'uomo, ristabilisce la relazione, la parentela, la ‘con-spiritualità'. Per questo, nel farlo Gesù dice: Pace a voi! aggiunge i vostri peccati sono perdonati. Lo Spirito è la realizzazione della riconciliazione operata da Cristo: non essendovi più nessun ostacolo tra noi e il Padre, possiamo di nuovo condividere il suo soffio, respirare all'unisono con lui.
Possiamo, per passare ad un'altra immagine che esprime la stessa verità, affermare con Paolo che diventiamo un solo corpo con Cristo, perché abbiamo in noi lo stesso Spirito, lo Spirito di Gesù, lo Spirito del Figlio, e per questo non siamo più semplicemente delle creature, ma siamo ricreati figli di Dio e possiamo chiamarlo d'ora in poi ‘Padre'.
Lo Spirito viene a portare la pace con Dio e tra di noi, ma viene anche a portare la pace in noi. Che cosa ci rasserena infatti maggiormente del sentirci dire: "i tuoi peccati ti sono perdonati"? Ecco perché questo perdono Gesù lo chiama pace.
Questo perdono non è soltanto negativo, non consiste cioè solo nell'eliminazione del male che abbiamo fatto. Molto più profondamente, il perdono dei peccati, la pace che lo Spirito porta dentro di noi, è qualcosa di positivo. Paolo nella lettera ai Galati dice che il frutto dello Spirito Santo, cioè il segno della sua presenza nel nostro cuore è amore, è gioia, è pace, è pazienza, è benevolenza, è bontà, è fedeltà, è mitezza, è dominio di sé. Lo Spirito Santo non solo ristabilisce la pace con Dio e tra di noi, ma è anche colui che costantemente ristabilisce la pace nel nostro cuore.
Tutto questo è espresso liricamente dalla sequenza di Pentecoste quando invochiamo lo Spirito Santo come consolatore perfetto, ospite dolce dell'anima, dolcissimo sollievo. La pace nel cuore risulta dallo Spirito Santo che ci consola, ci porta sollievo. Così la sequenza continua: lo Spirito Santo nella fatica è riposo, nella calura è riparo, nel pianto ci conforta. È una luce beatissima che invade nell'intimo il cuore dei fedeli. Infine conclude: Senza la tua forza, o Spirito Santo, nulla è nell'uomo, nulla senza colpa. Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato.
La vita cristiana consiste nel custodire questa pace che lo Spirito Santo porta nei nostri cuori. Manifestiamo in questo modo la nostra fede in lui: credere che è nei nostri cuori è cercare di percepire la sua presenza, è lasciarci consolare da lui, ricreare da lui, è lasciar crescere in noi questi bellissimi frutti dello Spirito Santo: l'amore, la gioia, la pace.
Soprattutto la gioia. Quando Gesù appare ai suoi discepoli, il Vangelo di oggi ci dice che furono invasi da una grandissima gioia. Quando nel libro degli Atti degli Apostoli arriva lo Spirito Santo, si diffondono di nuovo gioia ed entusiasmo tra gli apostoli. Lo Spirito Santo è il tesoro di pace e di gioia sempre a nostra disposizione, non fuori di noi, ma dentro di noi.

Il commento al Vangelo è di Don Luigi Gioia

- 02 Giugno 2017

Articolo scritto da Redazione TevereNotizie
Redazione TevereNotizie.com

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