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PAROLA DEL SIGNORE

Il Vangelo di domenica 4 febbraio 2018

Il commento della V Domenica del Tempo Ordinario è di Padre Gian Franco Scarpitta

Gesù esce dalla sinagoga e va nella casa di Simone: inizia la Chiesa. Inizia attorno ad una persona fragile, malata: la suocera di Simone era a letto con la febbre. Gesù la prende per mano, la solleva, la libera e lei, non più imbrigliata dentro i suoi problemi, può occuparsi della felicità degli altri, che è la vera guarigione per tutti. Ed ella li serviva: Marco usa lo stesso verbo impiegato nel racconto degli angeli che servivano Gesù nel deserto, dopo le tentazioni. La donna che era considerata una nullità, è assimilata agli angeli, le creature più vicine a Dio. Questo racconto di un miracolo dimesso, così poco vistoso, senza neppure una parola da parte di Gesù, ci può aiutare a smetterla con l'ansia e i conflitti contro le nostre febbri e problemi. Ci può ispirare a pensare e a credere che ogni limite umano è lo spazio di Dio, il luogo dove atterra la sua potenza. Poi, dopo il tramonto del sole, finito il sabato con i suoi 1521 divieti (proibito anche visitare gli ammalati) tutto il dolore di Cafarnao si riversa alla porta della casa di Simone: la città intera era riunita davanti alla porta. Davanti a Gesù, in piedi sulla soglia, luogo fisico e luogo dell'anima; davanti a Gesù in piedi tra la casa e la strada, tra la casa e la piazza; Gesù che ama le porte aperte che fanno entrare occhi e stelle, polline di parole e il rischio della vita, del dolore e dell'amore. Che ama le porte aperte di Dio. Quelle guarigioni compiute dopo il tramonto, quando iniziava il nuovo giorno, sono il collaudo di un mondo nuovo, raccontato sul ritmo della genesi: e fu sera e fu mattino. Il miracolo è, nella sua bellezza giovane, inizio di un giorno nuovo, primo giorno della vita guarita e incamminata verso la sua fioritura. Quando era ancora buio, uscì in un luogo segreto e là pregava. Un giorno e una sera per pensare all'uomo, una notte e un'alba per pensare a Dio. Perché ci sono nella vita sorgenti segrete, alle quali accostare le labbra. Perché ognuno vive delle sue sorgenti. E la prima delle sorgenti è Dio. Gesù, pur assediato, sa inventare spazi. Di notte! Quegli spazi segreti che danno salute all'anima, a tu per tu con Dio. Simone si mette sulle sue tracce: non un discepolo che segue il maestro ma che lo insegue, con ansia; lo raggiunge e interrompe la preghiera: tutti ti cercano, la gente ti vuole e tu stai qui a perdere tempo; hai avuto un grande successo a Cafarnao, coltiviamolo. E Gesù: no, andiamo altrove. Cerca altri villaggi, un'altra donna da rialzare, un altro dolore da curare. Altrove, dove c'è sempre da sdemonizzare l'esistenza e la fede, annunciando che Dio è vicino a te, con amore, e guarisce tutto il male di vivere. (commento di Padre Ermes Ronchi)

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 1,29-39


In quel tempo, Gesù uscito dalla sinagoga, si recò subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni.
La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei.
Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati.
Tutta la città era riunita davanti alla porta.
Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava.
Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce
e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!».
Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

IL COMMENTO DI PADRE GIAN FRANCO SCARPITTA: "IL SENSO DEL DOLORE E DELLA MALATTIA". Gesù, che è via, verità e vita, ci conduce alla scoperta del vero e, come la volta scorsa si diceva a proposito di un altro episodio, questo ancorarci alla verità è all'origine della lotta contro il male, rappresentato dalle forze demoniache che impongono seri interventi di esorcismo. Il maligno è tuttavia “un leone ruggente che va in giro, cercando chi divorare”(1Pt 5, 20) e oltre che nelle manifestazioni straordinarie di possessione lo si può riconoscere soprattutto nella via ordinaria della tentazione e della cattività a cui ci costringe il peccato in generale. Il diavolo è più insidioso quando tenta l'uomo al male piuttosto che quando alberga nel corpo di una persona. E proprio per questo che Gesù, anche negli stessi esorcismi, si qualifica come la Parola fatta uomo che ha autorità sul male e sulla morte, quindi anche sul peccato.
Nell'Antico Testamento qualsiasi malattia fisica era associata al peccato e quando Gesù interviene sulla sofferenza corporale, non può fare a meno di estinguere con questa anche la sofferenza spirituale, il patimento dell'animo e per ciò stesso la realtà peccaminosa che l'accompagna. Ecco che allora, uscito dalla sinagoga nella quale aveva “parlato con autorità” allontanando il maligno da un povero ossesso ivi presente, Gesù si reca a casa di Simone e vi trova la suocera a letto con la febbre. Ovviamente il disturbo di cui soffre questa donna non è paragonabile alla nostra febbre o influenza odierna: in casi come quelli si tratta di una malattia infettiva ben più preoccupante. Sulla quale il Signore ha potere e autorità e oltre che debellare un disturbo fisico elimina quella che è la malattia morale che lo accompagna, per cui adesso avviene che la suocera di Pietro si alza da letto e, libera dal morbo della febbre, “comincia a servirli, traferendo la persona interessata da uno stato passivo e inerte a uno stato di grinta e di attività.
Anche in tantissime altre occasioni, sia dove i Vangeli ne fanno menzione, sia dove ne parlano solo sommessamente, Gesù interviene con successo sul dolore fisico a volte di sua spontanea iniziativa, come quando chiede a un infermo che è in quello stato da trentotto anni “Vuoi guarire?” (Gv 5, 1 - 16); altre volte su esplicita richiesta, altre volte dopo un solo, semplicissimo, atto di fede, come nel caso dell'emorroissa che gli tocca la frangia del mantello. La soluzione di Gesù in tutti questi casi è la guarigione, ossia la liberazione dal dolore fisico, la vittoria sulla malattia che opprime e abbatte il malcapitato che a lui si affida.
Il dolore e la malattia sono realtà scomode e inopportune mai estinte nella storia umana. Dal punto di vista della fede ci si domanda come interpretarle, o meglio come conciliare l'esistenza di un Dio buono e provvidente con l'esistenza dell'infermità che rende vittime molto spesso soggetti innocenti. Come concepire nell'ottica della fede la sclerosi multipla o la SLA che troncano la giovialità e l'entusiasmo di tanti giovani che ne vengono colpiti, irrimediabilmente costretti alla sedia? Come legittimare la Provvidenza e la misericordia divina in relazione ai casi gravi di meningite o al morbo di parkinson? Sempre più malattie e infermità prima sconosciute compaiono ogni giorno sulla scena per affliggerci e darci scoramento nella fede, fino ad infondere in tante persone anche il dubbio che possa esistere un Dio Amore e Misericordia.
Nella Scrittura noi possiamo riscontrare che il malessere fisico è occasione di prova e di esercizio della virtù: Dio non vuole, ma permette che il male imperversi nella nostra vita per offrire un'occasione di fortezza e di perseveranza nella prova. Se la fede va saggiata come oro nel crogiolo, banco di prova della nostra fede può essere la sofferenza e la malattia. Il malessere fisico è anche occasione di riscatto dei peccati, nostri e di altri, perché la malattia è appunto il luogo in cui è possibile configurare il nostro dolore a quello di Cristo, associarci alla sua croce e alla passione per “completare nella nostra carne ciò che manca ai patimenti di Cristo, ad edificazione del suo Corpo che è la Chiesa”(Col 1, 24). Non è fuori luogo affermare che la malattia possa costituire un monito all'umiltà, in quanto la provazione della salute comporta il riconoscimento che non tutto ci è dovuto e che ogni giorno è adatto a rendere grazie per il dono della salute, riconosciuto preziosissimo quando viene a mancare. Uno scritto di saggezza orientale dice: “La malattia è un avvertimento che ci è dato per ricordarci ciò che è essenziale.” Un altro aneddoto racconta: “Mi lamentavo perché non avevo scarpe, finché incontrai un uomo che non aveva piedi.” La malattia è anche possibilità per fortificare la virtù, per accrescere la speranza e per rendersi solidali con il mondo intero. Certo, il dolore resta sempre dolore. E' assillante, incute paura più della morte, è un antipatico compagno di viaggio e lo si vorrebbe evitare o eludere. Fuggirgli è impossibile e forse la nostra interazione con esso ci vien data proprio dal prenderlo di petto senza schivarlo. Affrontare il dolore è inevitabile e a ben pensarci anche necessario e irrinunciabile, a condizione che lo si affronti con coraggio e determinazione dandovi il giusto senso solo nella croce del Cristo che da morte è passato alla vita. Gesù stesso riafferma la sua potestà sulla morte con il ricorso alla preghiera intima e solitaria che svolge nel deserto, la quale non manca di inculcargli rinnovato slancio, fiducia missionaria e apertura verso la novità della missione che per l'appunto comporta l'esercizio della verità su ogni forma di male. E appunto la preghiera è l'espediente efficace in cui trovare sollievo nell'infermità e nel dolore.

Il commento al Vangelo è di Padre Gian Franco Scarpitta

- 03 Febbraio 2018

Articolo scritto da Redazione TevereNotizie
Redazione TevereNotizie.com

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