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PAROLA DEL SIGNORE

Il Vangelo di domenica 28 marzo 2010

Il commento della Domenica delle Palme è di padre Gian Franco Scarpitta

La liturgia della Domenica delle Palme unisce due momenti salienti della Settimana Santa: l'entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme e la sua Passione sul Golgota. Colui che viene accolto come il Messia salvatore, pochi giorni dopo viene sbeffeggiato, condannato alla crocifissione e muore sul Calvario tra due ladroni. Il Cristo, il Figlio di Dio che ha fatto conoscere il Padre e compiuto miracoli, si fa solidale con gli ultimi della terra, i più poveri in assoluto: i reietti e condannati a morte. Tradito, percosso, frustato, deriso persino durante l'agonia e perfettamente consapevole, il Signore ama fino alla fine perché non può smentire se stesso, perché lui è l'Amore sceso dal Cielo a salvare l'umanità disperata. Il cielo meravigliosamente azzurro di Gerusalemme diventa plumbeo  su Gesù che agonizza, il sole si eclissa mentre il Figlio consegna lo spirito nelle mani del Padre nell'ultimo atto che può compiere un uomo morente. L'Amore torna all'Amore; scende il silenzio sul mondo abbandonato nelle sue miserie. Quando il sole sorgerà sulla tomba vuota sarà un' altra storia.

 

+Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Luca
  Forma breve (Lc 23,1-49)

- Non trovo in quest'uomo alcun motivo di condanna
In quel tempo, tutta l'assemblea si alzò; condussero Gesù da Pilato e cominciarono ad accusarlo: «Abbiamo trovato costui che metteva in agitazione il nostro popolo, impediva di pagare tributi a Cesare e affermava di essere Cristo re». Pilato allora lo interrogò: «Sei tu il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». Pilato disse ai capi dei sacerdoti e alla folla: «Non trovo in quest'uomo alcun motivo di condanna». Ma essi insistevano dicendo: «Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea, fino a qui». Udito ciò, Pilato domandò se quell'uomo era Galileo e, saputo che stava sotto l'autorità di Erode, lo rinviò a Erode, che in quei giorni si trovava anch'egli a Gerusalemme.
- Erode con i suoi soldati insulta Gesù
Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto. Da molto tempo infatti desiderava vederlo, per averne sentito parlare, e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. Lo interrogò, facendogli molte domande, ma egli non gli rispose nulla. Erano presenti anche i capi dei sacerdoti e gli scribi, e insistevano nell'accusarlo. Allora anche Erode, con i suoi soldati, lo insultò, si fece beffe di lui, gli mise addosso una splendida veste e lo rimandò a Pilato. In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici tra loro; prima infatti tra loro vi era stata inimicizia.
- Pilato abbandona Gesù alla loro volontà
Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, le autorità e il popolo, disse loro: «Mi avete portato quest'uomo come agitatore del popolo. Ecco, io l'ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in quest'uomo nessuna delle colpe di cui lo accusate; e neanche Erode: infatti ce l'ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò, dopo averlo punito, lo rimetterò in libertà». Ma essi si misero a gridare tutti insieme: «Togli di mezzo costui! Rimettici in libertà Barabba!». Questi era stato messo in prigione per una rivolta, scoppiata in città, e per omicidio. Pilato parlò loro di nuovo, perché voleva rimettere in libertà Gesù. Ma essi urlavano: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Ed egli, per la terza volta, disse loro: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato in lui nulla che meriti la morte. Dunque, lo punirò e lo rimetterò in libertà». Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso, e le loro grida crescevano. Pilato allora decise che la loro richiesta venisse eseguita. Rimise in libertà colui che era stato messo in prigione per rivolta e omicidio, e che essi richiedevano, e consegnò Gesù al loro volere.
- Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me
Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù. Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: "Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato". Allora cominceranno a dire ai monti: "Cadete su di noi!", e alle colline: "Copriteci!". Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?».
Insieme con lui venivano condotti a morte anche altri due, che erano malfattori.
- Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno
Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l'altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno».
Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte.
- Costui è il re dei Giudei
Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l'eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell'aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c'era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».
- Oggi con me sarai nel paradiso
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L'altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».
- Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito
Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò. (Qui si genuflette e si fa una breve pausa). Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: «Veramente quest'uomo era giusto». Così pure tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto. Tutti i suoi conoscenti, e le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, stavano da lontano a guardare tutto questo.

IL COMMENTO DI PADRE GIAN FRANCO SCARPITTA. L'amore che tutto vince. A Gerusalemme probabilmente Pietro e altri apostoli arrivano in preda alla trepidazione, poiché sanno che il loro Signore vi resterà cadavere. La visione allusiva del monte Tabor non può estinguere nell'animo di Pietro, Giacomo e Giovanni il senso di angoscia e di paura per Gesù, che seppure li abbia tranquillizzati intorno al senso reale della sua severa condanna ha comunque predetto loro che a Gerusalemme sarà crocifisso, insomma che morirà ucciso di un supplizio fra i peggiori che si possano infliggere. Mentre però li vediamo incamminarsi verso la città di Giuda, domandiamoci anche noi: il significato reale di questo ingresso insolito a Gerusalemme è chiaro alla nostra generazione? Siamo convinti del perché Gesù, pur sapendo bene il suo destino, fa ingresso in questa città senza evitarne in alcun modo le vie di accesso principali? Intendiamo dire: abbiamo assimilato nel corso di tanti anni di cristianesimo la gloria e la passione di Gesù, che restano sempre inequivocabilmente associate, e soprattutto le abbiamo fatte nostre? E' difficile rispondere, poiché il mistero della passione del Signore si radica in noi in modo vario e multiforme, secondo la sensibilità personale di ciascuno alla risposta alla chiamata divina alla conversione. L'itinerario di orientamento spirituale verso il Signore, che abbiamo effettuato in queste settimane che ci separavano da oggi, dovrebbero averci condotto alla comprensione di questo mistero dell'approssimarsi libero e gratuito di Gesù verso la croce, al punto che non sarebbe neppure necessario commentarlo perché basterebbe solo viverlo. Ma guardiamo Gesù più da vicino, mentre entra nella capitale del Regno di Giuda. Viene osannato dalla folla che gli fa ressa tutt'intorno, gettando al suo passo mantelli, ostentando e lanciandogli addosso palme e rami frondosi, come si conviene a tutti i personaggi di gran rispetto nella Bibbia. Gesù viene esaltato come il Signore Messia, così come era stato accreditato da Dio Padre per mezzo di prodigi, segni e opere di misericordia che attestano l'amore invitto di Dio (At 2, 22). Di lui si riconosce la grandezza del Signore, in lui si esalta l'amore infinito di Dio Padre che instaura il Regno di Dio realizzando le antiche promesse e la sua venuta non può essere che interpretata in termini di gloria ed esultanza. Ma come dicevamo all'inizio, alla gloria subentra l'angoscia, l'ansia e la paura. Infatti, lo stesso Signore glorioso, nel quale si conosce inequivocabile l'amore del Padre, è destinato alla croce. Gesù lo sa benissimo, lo aveva previsto e lo palesa nell'emblematica cavalcatura sulla quale procede allusiva di estrema umiltà, così come la descrive Zaccaria: "Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d'asina. " (Zc 9, 9). Gerusalemme è il luogo in cui l'esultanza sta per trasformarsi nel dramma di una solitudine straziante che si concluderà con la morte di Dio, reietto e abbandonato a se stesso sul patibolo. Ecco allora il vero senso di questa festa liturgica che ci vede stretti fra tantissima gente, come mai nel corso dell'intero anno liturgico, ad ostentare una decorata palma appena acquistata nella bancarella accanto alla chiesa: l'esultanza per un Dio che riconosciamo come il Signore indiscusso e incontrastato della nostra vita, che partecipa delle nostre angosce e dei nostri problemi assumendoli fino in fondo e che si immedesima nelle precarietà apportate dal nostro peccato. Ma allo stesso tempo anche il dolore di fronte a un Dio che sceglie di smentire se stesso donando le proprie membra al patibolo infame sempre per amore dell'umanità. Avremo tutto il tempo nei giorni che seguiranno di mettere a fuoco ciascuno degli eventi che interesseranno il Signore che patisce per i nostri peccati paragonandosi al Servo Sofferente di Yavèh di cui Isaia 52 - 53; potremo associarci anche noi alla sua passione e alla disperazione di chi lo sta accompagnando nel martirio e configurarci a lui mentre di volta in volta enumeriamo i nostri limiti e le nostre ridicole mancanze morali, mentre lui spende la sua gloria divina sulla croce. La croce in ogni caso è il consolidamento definitivo dell'amore del Padre, il suo avallo definitivo, la prova certa e indubbia che noi di esso possiamo avere e che la gioia dell'ingresso trionfale si trasformi in ansia, paura e trepidazione è per noi partecipazione al dolore espiativo di Cristo. In quella che comunemente si potrebbe definire la sconfitta di Dio, noi ravvisiamo una vittoria a vantaggio dell'uomo. Dio vince per noi sulla croce perché ci guadagna alla vita riscattandoci dal peccato e dalla morte, che affronta lui stesso senza esitazione per congiungere - come diceva qualche teologo - la terra al cielo. Questi due eventi apparentemente contrastanti della gioia e del dolore richiamano la nostra attenzione a che anche per noi si dischiuda come regolare della nostra esistenza la duplice prospettiva del riso e del pianto perché sappiamo gioire ed esultare come pure accettare l'assillo della tristezza e dell'angoscia. Gioire con chi è nella letizia e piangere con chi si trova nelle lacrime (Rm 12, 15) è la prerogativa di chi non rinuncia ad essere uomo e molto più di chi accetta di essere cristiano e per ciò stesso la gioia e il dolore sono all'ordine del giorno e ci accompagnano entrambi come opportunità da non perdersi e trovano il loro fondamento il colui che è entrato a Gerusalemme osannato per trascorrervi una triste permanenza. Lo spirito si tempra con la prova e si risolleva con la letizia e parafrasando Ungaretti possiamo dire che la morte si vince vivendo. L'amore sconfigge la morte e la desolazione ostile del Carso perché ha sconfitto gli scherni e le ostilità del Golgota.

Il commento è di Padre Gian Franco Scarpitta

- 25 Marzo 2010

Articolo scritto da Fabiana Chini
Redazione TevereNotizie.com

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