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PAROLA DEL SIGNORE

Il Vangelo di domenica 28 febbraio 2010

Il commento della II Domenica di Quaresima è di Mons. Domenico Pompili

La contemplazione è un lusso alla portata di tutti. Si può ammirare un bel panorama, un fiore delizioso, una bella persona che ci fanno assaporare il lato migliore della vita e ci tirano su il morale. Nella nostra giornata non dovrebbe mai mancare almeno un attimo dedicato a contemplare qualcosa di bello così come non dovrebbe mai mancare del tempo da dedicare a noi stessi. Ascoltare i nostri desideri profondi, le nostre aspirazioni migliori ci consente di recuperare il contatto con la nostra interiorità e nel profondo del nostro cuore incontrare Gesù, fare esperienza di Dio con  noi. E' come respirare aria fresca, ritrovare la luce e la gioia, mentre la vita rinasce in noi. Dalla bellezza e dalla sua contemplazione, è possibile far riemergere la propria anima e darle spazio, lasciandola cantare, poetare, danzare e ritrovare il suo Creatore.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,28-36

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. E, mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco due uomini parlavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella loro gloria, e parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: "Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia". Egli non sapeva quel che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li avvolse; all'entrare in quella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: "Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo".
Appena la voce cessò, Gesù restò solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono ad alcuno ciò che avevano visto.

IL COMMENTO DI MONS. DOMENICO POMPILI. Il chiaroscuro della fede. Mentre Gesù pregava, il suo volto cambiò d'aspetto. Gesù si trasfigura sul monte. Forse perché sul monte si posa il primo raggio di sole e vi indugia l'ultimo, perché il giorno vi è più lungo e la notte più corta (E. Ronchi). Il monte è il luogo della luce. E la luce - sia pure breve e poi avvolta quasi subito da una nube (cfr. v. 34) - è il simbolo affascinante di questa esperienza singolare riservata a Pietro, Giacomo e Giovanni. I tre discepoli per un attimo vedono "il suo volto (che) cambiò d'aspetto" (v. 29), cioè colgono in lui, nel maestro di sempre, una luce speciale. Non riflessa come capita a ciascuno di noi, ma propria. Anche Mosè ed Elia che appaiono accanto a Gesù sono uomini del monte: anch'essi hanno avuto una particolare esperienza di Dio. Tutti e due lo hanno sperimentato da vicino: Mosè sul Sinai ed Elia nel vento di una brezza leggera, ma poi tutti e due hanno avuto momenti di buio inesorabili. Mosè non è entrato nella Terra promessa ed Elia è stato perseguitato, abbandonato. Così toccherà a Gesù. E così d'ora in poi dovranno intendere i discepoli perché quando sarà l'ora non si scandalizzino.

LA FEDE. Luca è l'unico che puntualizza l'argomento del dialogo tra Mosè, Elia e il Maestro: "parlano della sua dipartita" (v. 31), cioè del passaggio ormai ravvicinato dalla morte alla risurrezione. È questo esodo l'ennesima uscita che Dio chiede (cfr. 1ª lettura, dove Abramo 'esce' e a veder le stelle). 'Esodo' dunque è propriamente l'altro nome della fede, cioè uscita da sé, abbandono del già noto ed incursione nell'ignoto (cfr. 2ª lettura: "la nostra patria è nei cieli"). È il contrario dell'odissea che è ritorno al punto di partenza e perciò l'esodo suppone un eccesso rispetto a quella tendenza così naturale che invoca l'eterno ritorno. Come anche oggi si percepisce nella mentalità corrente dove appaiono più rassicuranti miti come quelli della reincarnazione. La fede cristiana richiede - al contrario - un esodo. Ritrovare questa percezione è decisivo. La fede infatti è esposta ieri come oggi o a sprofondare nelle tenebre ("il sonno" dei discepoli che li sorprenderà anche nell'orto della passione, cfr. v. 32) o a fissarsi nella luce (l'ingenuo invito di Pietro, cfr. v. 33). Mentre la realtà storica e dunque la dinamica della fede è una sorta di chiaroscuro, come "una lampada che brilla in un luogo oscuro", dirà in maniera insuperabile Paolo. La fragilità e la luminosità di una fiammella, dice la fatica e la sublimità del credere. E ricorda che la trasfigurazione senza la croce è vuota, così come la croce senza la trasfigurazione è cieca. Tra il Tabor e il Calvario c'è in sostanza un filo sottilissimo che li tiene legati insieme: non vanno mai visti separatamente l'uno dall'altro, ma l'uno nell'altro. Di qui l'importanza per il credente di assumere una percezione realistica del vivere: senza esaltarsi quando si è nella luce dimenticando le ombre possibili, senza deprimersi nel buio cancellando i momenti di sole già vissuti. In concreto questo significa che ciò che conta è non dimenticare mai la luce e non farsi condizionare dal buio. Perché quanto più buia e fredda è la notte, tanto più vicina e certa è l'alba.

LA PREGHIERA. Luca annota pure il momento in cui la metamorfosi di Gesù accade e con semplicità afferma: "Mentre pregava" (v. 29). È durante questa esperienza di immedesimazione in Dio che si consuma l'impressionante mutazione del suo volto. Pregare è dunque ciò che decide anche della nostra eventuale trasfigurazione. Ma cosa è preghiera? Tecnica di rilassamento? Benessere psico-fisico? Concentrazione ed autocoscienza? In Gesù cogliamo almeno tre aspetti che meritano una sottolineatura. La preghiera è nel Maestro anzitutto ricerca della solitudine. È beninteso uno star da solo per incontrare Qualcuno, non per staccarsi semplicemente dagli altri. La solitudine è lo spazio fecondo dell'incontro con sé e con Dio. Non è uno spazio vuoto, ma la condizione di una inedita creatività. Ecco perché viene prima la preghiera personale e poi quella comunitaria (M. Rosin). Se manca la preghiera segreta, quella - per intenderci - nella propria camera e nota solo a Dio, anche l'altra esperienza è impossibile oltre che inutile. La preghiera poi in Gesù è soprattutto desiderio dell'ascolto: l'iniziativa è sempre del Padre, non la nostra. Non siamo noi che facciamo la preghiera, ma è Dio che ci precede. A noi tocca di far semplicemente spazio perché risuoni la sua Parola (cfr. v. 35). Pregare infatti non è vedere, né toccare, ma ascoltare. E a pensarci è questa la forma di contatto più radicale. Infatti "con gli occhi portiamo noi dentro il mondo. Con le orecchie portiamo il mondo dentro di noi". Finalmente la preghiera è nel Cristo forza di trasfigurazione. Se ne accorgono attoniti i tre discepoli. Ma accade anche noi di scoprire che pregare rende effettivamente più lucidi, fa più forti, costituisce più indipendenti. Più lucidi, capaci di distinguere più facilmente il necessario dall'effimero, di andare al nodo dei problemi, di far emergere la sostanza delle cose. Più forti, cioè più determinati nelle proprie scelte, capaci pure di andare controvento e di affrontare pericoli con scioltezza. Più indipendenti cioè più consapevoli e meno appiattiti sul "si dice, si crede, si pensa", in grado di esprimere posizioni non allineate.

LA CONTEMPLAZIONE. Non è un caso che gli uomini e le donne che più hanno inciso nella storia della chiesa siano abitualmente dei contemplativi nell'azione. Un nome fra i tanti: Madre Teresa di Calcutta, il cui volto rugoso e scavato non ha mai cessato di affascinare per la sua insolita luminosità. Ha lasciato scritto il premio Nobel per la pace: "Frutto del silenzio è la preghiera. Frutto della preghiera la fede. Frutto della fede l'amore. Frutto dell'amore il servizio. Frutto del servizio la pace".

Il commento è di mons. Domenico Pompili
tratto da "Il pane della Domenica. Meditazioni sui Vangeli festivi"
Ed. Ave, Roma 2009

- 25 Febbraio 2010

Articolo scritto da Fabiana Chini
Redazione TevereNotizie.com

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