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PAROLA DEL SIGNORE

Il Vangelo di domenica 26 settembre 2010

Il commento della XXVI Domenica del Tempo Ordinario è della teologa Ileana Mortari

Il dipinto 'Lazzaro ed il ricco epulone' di Jacopo Bassano (1554, Museum of Art - Cleveland)

Il dipinto 'Lazzaro ed il ricco epulone' di Jacopo Bassano (1554, Museum of Art - Cleveland)

Apparentemente, letta in modo superficiale, la parabola sembra dire "i ricchi vanno all'inferno e i poveri in paradiso", ma così sarebbe un invito per i poveri a sopportare passivamente la miseria  perché dopo la morte avranno un posto in cielo. Invece il senso della parabola è molto più profondo perché ricchezza e povertà per Luca non sono semplicemente una condizione sociale, ma un modo di porsi di fronte a Dio, una dimensione religiosa e morale. Ad un certo punto della parabola si sottolinea la distanza incolmabile tra il ricco e Lazzaro, iniziata nel mondo e che continua dopo la morte; infatti la nostra condizione finale si costruisce mentre si è in vita. L'inferno o il paradiso, spesso, ce li scegliamo noi:  non porsi mai questioni profonde, scansare i problemi e ciò che dà fastidio, non ascoltare le voci della propria anima o la sofferenza di chi s'incontra, vivere nella superficie e nell'apparenza, sono condotte che portano all'inferno perché si perde se stessi e l'incontro con Dio. Ciò che condanna il ricco della parabola non è la sua ricchezza, ma la sua indifferenza nei confronti del povero Lazzaro.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 16,19-31

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: "C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe.  Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell'inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura.  Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi.  E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti sarebbero persuasi".

IL COMMENTO DI ILEANA MORTARI. Hanno Mosè e i Profeti, ascoltino loro. La celebre parabola del ricco epulone (che significa ghiottone, crapulone) e del povero Lazzaro si trova solo nel vangelo di Luca, conclude un capitolo (il 16°) tutto imperniato sul tema dell'uso dei beni e si collega strettamente a quanto precede. Anzitutto essa è rivolta ai farisei, dei quali si era detto che, essendo "attaccati al denaro" (anzi letteralmente, essendo "amici del denaro"), si beffavano di quanto Gesù aveva prima affermato con la parabola dell'amministratore disonesto (vv.1-8) e le conseguenti considerazioni sulla ricchezza, concluse dal perentorio: "Non potete servire Dio e la ricchezza" (v.13). Dovevano infatti suonare molto strane alle loro orecchie le parole del Nazareno che definivano la ricchezza "disonesta" in sé (v.9), dal momento che nella mentalità giudaica essa era ritenuta al contrario un dono di Dio, segno del suo favore, ricompensa adeguata a chi adempiva scrupolosamente a tutti i doveri religiosi. "Se tu obbedirai fedelmente alla voce del Signore, mettendo in pratica tutti i suoi comandi, - dice il Deuteronomio al cap.28 - il Signore tuo Dio ti concederà abbondanza di beni"; e i farisei vedevano appunto nel benessere o addirittura nell'opulenza il segno del compiacimento di Dio per la loro impeccabile osservanza della Legge.

L'INDIFFERENZA UCCIDE. Ma il discorso di Gesù verte su un aspetto che va ben oltre questa equazione. Egli sottolinea nel ricco epulone non una forma di immoralità (non si dice affatto che quell'uomo si fosse arricchito in modo illecito e disonesto), bensì l'eccessivo attaccamento alla ricchezza stessa, al lusso e agli agi; egli è un esempio concreto di quell'essere "amici del denaro" con cui Luca aveva definito i farisei in questione: "vestiva di porpora e bisso e tutti i giorni banchettava lautamente" (v.19), tanto da meritarsi il nomignolo di "epulone", dal termine latino che indica il banchetto. Ora, qual è il risultato di questo indebito attaccamento ai beni materiali, di questo servire non a Dio, ma a Mammona, cioè al denaro visto come idolo? La parabola lo descrive con molta efficacia: non accorgersi più di niente altro, neanche di un disgraziato infelice, miserevole e affamato, che pure giace sulla porta di casa! Il peggior danno della ricchezza è proprio questo: spadroneggiare sulle anime al punto da renderle totalmente insensibili e quindi sempre meno capaci di ascoltare e mettere in pratica la Parola di Dio. Nella Scrittura, accanto ai passi analoghi a quello del Deuteronomio prima ricordato, ne troviamo - e in numero ben maggiore - molti altri che dicono: "ama il prossimo tuo come te stesso", "soccorri l'orfano e la vedova", "l'elemosina salva dalla morte", etc. L'applicazione alla situazione odierna è di immediata evidenza. Noi, abitanti del cosiddetto "mondo occidentale", per il solo fatto di appartenere ad una società opulenta, che storicamente è il frutto anche di colossali sfruttamenti e dilapidazioni di uomini e cose di altre parti della terra, siamo tutti in un certo senso "epuloni". La vicenda evangelica, esemplare per ogni tempo, ha ormai assunto dimensioni planetarie, se pensiamo che oggi il 20% della popolazione mondiale possiede e consuma l'80% delle risorse del pianeta, con il risultato che ogni anno c'è un olocausto di 30 milioni di morti per fame o cause ad essa connesse e almeno un miliardo di persone vive ai limiti della sopravvivenza o in modo assolutamente disumano.

LA PAROLA DI DIO SALVA. Come prosegue poi la parabola-insegnamento di Gesù? Mettendo chiaramente di fronte agli occhi dei farisei l'esito di chi non ha fatto come quell'amministratore che si è procurato amici con la disonesta ricchezza, perché, quand'essa fosse venuta a mancare, lo accogliessero nelle dimore eterne (cfr. il v.9). Dopo l'ineluttabile momento della morte, che per un attimo li ha accomunati e che è la suprema rivelazione del senso della vita di ogni persona, il ricco epulone e il povero Lazzaro si ritrovano nell'aldilà in situazioni capovolte e peraltro già preannunciate da Gesù nel discorso della pianura: "Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati...guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame..." (Luca 6); e alla accorata richiesta del ricco perché almeno ai suoi fratelli venga risparmiata la sua terribile sorte, Abramo risponde: "Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro" (v. 29). Nelle incertezze e ambiguità proprie della condizione umana Dio ha fatto al suo popolo il dono straordinario della sua Parola, solido punto di riferimento per chi non ha il cuore appesantito dalla crapula o invaso dall'ansia del possesso ed è sinceramente disposto a percorrere un cammino di conversione. E' inutile chiedere segni straordinari, come del resto avevano fatto gli stessi farisei con Gesù, quando, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo (Luca 11, 16). Allora e sempre questo è solo un comodo alibi per evitare di mettersi in questione ed assumersi l'impegno concreto e quotidiano richiesto della fede evangelica.

Il commento è di Ileana Mortari teologa

- 24 Settembre 2010

Articolo scritto da Fabiana Chini
Redazione TevereNotizie.com

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