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PAROLA DEL SIGNORE

Il Vangelo di domenica 26 gennaio 2020

Il commento della III Domenica del Tempo Ordinario è di Don Giacomo Falco Brini

La bella notizia non è «convertitevi», la parola nuova e potente sta in quel piccolo termine «è vicino»: il regno è vicino, e non lontano; il cielo è vicino e non perduto; Dio è vicino, è qui, e non al di là delle stelle. C'è polline divino nel mondo. Ci sei immerso. Dio è venuto, forza di vicinanza dei cuori, «forza di coesione degli atomi, forza di attrazione delle costellazioni» (Turoldo). Cos'è questa passione di vicinanza nuova e antica che corre nel mondo? Altro non è che l'amore, che si esprime in tutta la potenza e varietà del suo fuoco. «L'amore è passione di unirsi all'amato» (Tommaso d'Aquino) passione di vicinanza, passione di comunione immensa: di Dio con l'umanità, di Adamo con Eva, della madre verso il figlio, dell'amico verso l'amico, delle stelle con le altre stelle. Convertitevi allora significa: accorgetevi! Giratevi verso la luce, perché la luce è già qui. La notizia bellissima è questa: Dio è all'opera, qui tra le colline e il lago, per le strade di Cafarnao e di Betsaida, per guarire la tristezza e il disamore del mondo. E ogni strada del mondo è Galilea. Noi invece camminiamo distratti e calpestiamo tesori, passiamo accanto a gioielli e non ce ne accorgiamo. Il Vangelo di Matteo parla di «regno dei cieli», che è come dire «regno di Dio»: ed è la terra come Dio lo sogna; il progetto di una nuova architettura del mondo e dei rapporti umani; una storia finalmente libera da inganno e da violenza; una luce dentro, una forza che penetra la trama segreta della storia, che circola nelle cose, che non sta ferma, che sospinge verso l'alto, come il lievito, come il seme. La vita che riparte. E Dio dentro. (commento di Padre Ermes Ronchi)

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt. 4,12-23

In quel tempo, avendo saputo che Giovanni era stato arrestato, Gesù si ritirò nella Galilea
e, lasciata Nazaret, venne ad abitare a Cafarnao, presso il mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali,
perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:
Il paese di Zàbulon e il paese di Nèftali, sulla via del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti;
il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata.
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori.
E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini».
Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono.
Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedèo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò.
Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono.
Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

IL COMMENTO DI DON GIACOMO FALCO BRINI: "PER ATTRAZIONE, NON PER COSTRIZIONE. Dopo l'incontro sul Giordano, Giovanni viene arrestato e Gesù inizia a predicare, perché la parola di Dio non si può incatenare (2Tm 2,9). Isaia comunque aveva previsto l'esordio del Messia di Israele in una terra impropria, una terra di confine, la Galilea delle genti che diventerà per lui una seconda patria (Mt 4,15). Perché il Signore Gesù ha cominciato a predicare da quella periferia? Solo una misura di prudenza? Un desiderio di raggiungere subito con la sua parola i popoli pagani? Oppure “la realtà si comprende meglio guardandola insieme non dal centro, ma dalle periferie?” (Papa Francesco, omelia nella parrocchia dei ss. Elisabetta e Zaccaria, Roma, 26.05.2013) Comunque sia, Matteo ci dice che in questo modo si compiono le Scritture. L'aurora di un giorno assolutamente nuovo è arrivata: Gesù è la grande luce che si è levata per tutti. La nuova creazione è iniziata, il destino delle tenebre e della morte è segnato (Mt 4,16).
La sua predicazione si avvia agganciandosi con precisione alle parole di Giovanni: convertitevi, perché il regno dei cieli è qui (Mt 4,17). Convertitevi: per tantissimo tempo abbiamo pensato, parlato e interpretato questo imperativo come la necessità di lasciare la nostra vita di peccato, le nostre cattiverie, quale condizione per essere accolti da Dio. Il che presenterebbe la nostra fede sostanzialmente come una rigorosa dottrina morale. Tutti ci ricordiamo come si parlava (e come se ne parla ancora!) del catechismo di iniziazione cristiana ai bambini. “Dove stai andando?” - chiede una donna rivolta all'amica di passaggio - E questa risponde: “vado a prendere mio figlio che è andato a dottrina”. E invece le parole del Signore non hanno affatto questo senso. Piuttosto, hanno lo stesso sapore di quelle successive che leggiamo mentre cammina sulle rive del mare di Galilea. Non a caso Matteo le colloca dopo questo incipit. Gesù chiede di convertirsi, è vero, ma dando una motivazione: perché il regno dei cieli è qui. Ma cos'è il regno dei cieli?
Due fratelli stanno gettando le loro reti in mare, sono pescatori, stanno facendo qualcosa che forse era per loro quotidiano. Ma sulla riva un uomo li chiama e li invita: seguitemi, vi farò pescatore di uomini (Mt 4,19). I due lasciano tutto e lo seguono. Poi altri due ricevono lo stesso sguardo/invito e fanno lo stesso. Ma come fanno a lasciare tutto? L'evangelista racconta così, in maniera scarna, l'avventura dell'incontro tra Gesù e i primi discepoli. Cos'è il regno dei cieli? È sentirsi guardati e chiamati per nome da Gesù. È rispondere al suo invito a seguirlo lasciandosi conquistare da come Egli vive. È scoprire la forza di lasciare tutto per andare con Lui. Se le cose stanno così, il Cristianesimo è l'esperienza indicibile, offerta a tutti, di rispondere a questo invito. Gesù dunque chiede di convertirci, ma il suo non è un imperativo morale, è un invito a guardarlo e andargli dietro. Vi sarete accorti che sto usando il linguaggio proprio dell'amore. Perché tutto ciò che ho detto avviene a chi si innamora e vive di un amore.
Rivolgo una domanda a te che mi stai leggendo: se cominci a seguire una persona con lo sguardo, perché lo fai? Per costrizione? No, se la segui, lo fai per attrazione, altrimenti se non ti interessa lasci perdere e non la guardi più. Anche fosse solo per curiosità, anche fosse perché stai svolgendo la tua professione, anche fosse solo per ammirare una qualità umana della persona, il processo è lo stesso. Si segue una persona con lo sguardo per attrazione. Non diciamo anche con un proverbio che “l'occhio va dove porta il cuore”? Dunque il cristianesimo non è una dottrina o una prassi morale. È la mia relazione personale con Gesù. La fede suppone un innamoramento, suppone un amore che attraverserà anche momenti molto difficili, ma sarà sempre e soltanto una questione di amore. Perché il Vangelo ci racconta che tutto è cominciato da una chiamata, dall'aver gustato gli occhi di Gesù su di sé, dall'essersi sentiti al centro di una grande amore. Perché se non ci si sente chiamati, vuol dire che non ci si sente amati, vuol dire che non si conosce ancora Gesù, e Lui non è ancora Dio per me. Ma se lo si segue davvero, si scopre anche la propria identità: vedete quale grande amore ci ha donato il Padre da essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! (1Gv 3,1). So chi sono solo se so chi è Gesù. Solo se mi vedo nei suoi occhi comincia per me il regno dei cieli.

Il commento al Vangelo è di Don Giacomo Falco Brini

- 24 Gennaio 2020

Articolo scritto da Redazione TevereNotizie
Redazione TevereNotizie.com

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