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PAROLA DEL SIGNORE

Il Vangelo di domenica 24 ottobre 2010

Il commento della XXX Domenica del Tempo Ordinario Ŕ della teologa Ileana Mortari

Si può essere religiosamente impeccabile, eppure lontano da Dio? La parabola di questa Domenica rappresenta un bella "tirata d'orecchie" nei confronti di chi considera se stesso quasi perfetto e superiore agli altri. Quante sono le persone che, perfino nei gruppi parrocchiali, la pensano come il fariseo?  Tutti noi, in certi momenti, ci siamo reputati superiori agli altri, magari approfittando delle debolezze altrui. Da questa presunta superiorità vengono poi le discriminazioni, i pregiudizi, le esclusioni, gli abbandoni. La discriminazione ha colpito anche alcuni grandi, poi riconosciuti Santi. Piccolo particolare: davanti a Dio non è così. Quando ci si confronta con l'immensità del Signore, si è sempre e comunque dei piccoli, anche se storicamente si riveste un ruolo prestigioso o si rispettano impeccabilmente le regole. Se chi  si pensa  religioso non prega per incontrarsi con Dio, se non desidera lasciarsi amare da Colui che è l'Amore... se non si abbandona  proprio così com' è alla Sua tenerezza... che rimane di tutto ciò che ha predicato Gesù? E' necessario amare davvero ed essere umili per ottenere il perdono e ritornarsene a casa pieni di gioia.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 18,9-14

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: "Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano.  Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato".

IL COMMENTO DI ILEANA MORTARI. Questi tornò a casa sua giustificato.Come spesso in Luca, che ama i forti contrasti (il ricco epulone e il povero Lazzaro - il figlio fedele e quello prodigo, etc.), anche in questa parabola abbiamo due figure nettamente contrapposte: un fariseo e un pubblicano. Che significano questi due termini? Quali caratteristiche presentavano gli appartenenti all'una e all'altra categoria? I Farisei erano un gruppo religioso giudaico piuttosto rilevante all'epoca di Gesù, e organizzato in confraternite. Il termine significa "separato" e tali si consideravano i farisei, che a differenza degli altri giudei, osservavano integralmente e scrupolosamente i 613 precetti della Legge e, se possibile, andavano anche oltre! Così qui leggiamo al v.12: "digiuno due volte la settimana"; infatti alle cinque giornate di digiuno obbligatorie per tutti gli ebrei (che ricordavano catastrofi nazionali), i Farisei avevano aggiunto il lunedì e il giovedì, in ricordo della salita e della discesa di Mosè sul Monte Sinai. Oltre che ben distinti dagli altri uomini, i farisei si consideravano "puri", in quanto ben attenti a non aver contatti che potessero contaminarli: ad esempio nel caso di un inavvertito e casuale contatto, al mercato o in piazza, con pubblici peccatori (immondi per definizione), dovevano purificarsi accuratamente con bagni rituali. I pubblicani erano gli esattori delle tasse, dipendenti dall'amministrazione romana. Si trattava di privati che da Roma ottenevano in appalto (o in subappalto da altri più ricchi pubblicani, detti "capi") il diritto di riscuotere le tasse; essi dovevano consegnare al procuratore romano una somma stabilita; ma al momento della riscossione presso il popolo potevano aggiungere una quota per il loro guadagno, una percentuale che normalmente andava molto al di là del "giusto" e dell'"onesto". I pubblicani venivano perciò considerati ladri e truffatori, anzi il loro mestiere era considerato "maledetto" (e il capo della corporazione era solitamente scomunicato). Venivano messi al bando dai pii e puri giudei, sia perché si arricchivano con traffici illeciti, sia perché ritenuti collaborazionisti dei Romani, gli odiati occupanti "pagani" che asservivano il popolo di Dio. Per tutti questi motivi per la religione ebraica il pubblicano era di per sé un "pubblico peccatore", che contaminava chi lo avvicinava; un "intoccabile", che rendeva immondo tutto quello che toccava, compresa la propria abitazione!

ESSERE UMILI. Luca mette in luce molto bene il modo diverso con cui i due uomini pregavano al tempio: il fariseo stava ritto in piedi vicino all'altare ed enumerava a Dio i suoi numerosi meriti; il pubblicano se ne stava a distanza, chino e umile, riconoscendo la sua condizione di peccatore e implorando la misericordia di Dio. Entrambi dicevano la verità: il primo era un vero e proprio "giusto" secondo la mentalità giudaica, che definiva tale chi compiva la volontà di Dio osservando scrupolosamente i precetti della Legge; il secondo si dichiarava di fronte a Dio per quello che era nella realtà: pubblico peccatore. Perché allora al termine del "racconto esemplare" Gesù dice che solo il secondo se ne andò "giustificato", cioè perdonato? Come sempre, la missione di Gesù è quella di rivelare il vero volto di Dio, di annunciare il Regno e raddrizzare le storture introdotte dagli uomini nella religione ebraica. E' vero che i farisei osservavano molti dei precetti della Legge, ma spesso e volentieri trascuravano le prescrizioni più importanti di essa, come la giustizia, la misericordia e la fedeltà, cosa questa di cui Gesù li rimprovera in un passo di Matteo (cap.23, v.23). E tanto meno osservavano quello che era ritenuto il "cuore" della Legge, i primi due comandamenti: "Ascolta, Israele. Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza." (Dt 6,4-5); e il secondo "Amerai il tuo prossimo come te stesso" (Lv 19,18). Ora il nostro fariseo non solo non ama, ma disprezza buona parte degli esseri umani perché non sono come lui; distingue gli uomini in categorie di serie A e B; e arriva addirittura a fraintendere completamente quello che deve essere il giusto rapporto con Dio. E' bello che egli Lo ringrazi per i Suoi doni (benedire Dio per tutto quello che ci ha dato è un motivo ricorrente nella preghiera ebraica), ma non si rende conto che a un certo punto la sua attenzione è tutta e solo concentrata su di sé, al punto da fare di se stesso e dei suoi meriti il suo "dio". E questa non è forse idolatria, uno dei peccati più gravi denunciati dalla Legge? Al contrario del fariseo, il pubblicano mostra di avere quell'atteggiamento che è richiesto a ogni vero credente: l'umiltà, il riconoscersi piccoli, limitati e peccatori, e soprattutto bisognosi dell'amore, della comprensione e del perdono di Dio. Questo è il vero volto del Padre che Gesù ci rivela e annuncia: un amore senza confini, che gioisce nel perdonare (al pubblicano e a chiunque pronuncia le parole "Abbi pietà di me, Signore!"), ma che nulla può di fronte alla ostentata e tronfia sicumera di chi "presume di essere giusto" (v.9)!

Il commento è della teologa Ileana Mortari

- 22 Ottobre 2010

Articolo scritto da Fabiana Chini
Redazione TevereNotizie.com

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