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PAROLA DEL SIGNORE

Il Vangelo di domenica 21 novembre 2010

Il commento della XXXIV Domenica del Tempo Ordinario solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo è di Don Marco Pedron

La Seconda Lettura di questa Domenica è un bellissimo inno cristologico di San Paolo. Nelle sue lettere, l'apostolo esalta la meravigliosa persona di Gesù in alcuni brani che evidenziano la sua duplice natura, umana e  divina, e la sua missione di salvezza. Il testo che segue è un fulgido esempio di come San Paolo ha saputo interpretare e descrivere il Cristo.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi (Col 1,12-20)
Fratelli, ringraziamo con gioia il Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati. Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui. Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose. Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 23,35-43

In quel tempo, il popolo stava a vedere, i capi invece schernivano Gesù dicendo: "Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto". Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell'aceto, e dicevano: "Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso". C'era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei. Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: "Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!". Ma l'altro lo rimproverava: "Neanche tu hai timore di Dio, benché condannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male". E aggiunse: "Gesù ricordati di me quando entrerai nel tuo regno". Gli rispose: "In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso".

IL COMMENTO DI DON MARCO PEDRON. Il tuo profondo conosce ogni cosa. Oggi è la festa di Cristo Re, cioè di Cristo termine, signore di ogni cosa e di ogni evento. E' una festa recente: non ha neppure cento anni. La vera festa di Cristo Re sarebbe il giorno dell'epifania, quando i Re Magi si inginocchiano davanti ad un bambino in fasce: i grandi della terra, i re, i sapienti che si inchinano di fronte ad un re, ad un bambino, a ciò che è piccolo. Come a dire: il vero re non è tanto chi comanda, chi sa, chi è potente, chi è in alto, ma il vero re è chi sa accogliere ciò che è piccolo, basso, umile e in divenire. La festa di Cristo Re è nata negli anni '30, quando c'erano il fascismo e il suo re Mussolini. Allora Papa Pio XI volle contrapporre al re un altro re. Lì Mussolini, qui Cristo; al re politico, il re religioso. Si era pensato a questa festa come qualcosa di pomposo, di trionfale, di glorioso, come era per tutti i re mondani. Ma nel vangelo non c'è proprio niente di glorioso, né di trionfalistico.

I PERSONAGGI DELLA TRAGEDIA. Il vangelo di oggi, infatti, ci propone la scena del Calvario: Gesù è in croce e molte persone sono presenti sulla scena. C'è la gente. La gente guarda, continua a guardare e continuerà a guardare. Osservate: il popolo non dice nulla, non reagisce, non si ribella, non si indigna, non chiede spiegazioni, non si muove. Davanti ha un'ingiustizia palese; davanti ha il figlio di Dio, una delle situazioni più crudeli della storia e non dice nulla. Come se non ci fosse. E' l'indifferenza. A molta gente basta un po' di pane sotto i denti, qualche divertimento, "tirare avanti" e non essere disturbati. Non si sporcano le mani su niente "perché non si sa mai!". Non vuole essere coinvolta; non vuole avere problemi: non si espone e non prende posizione. Ma questa è già una posizione. Quando la gente dice: "Io faccio gli affari miei e non disturbo nessuno", questa è una posizione e non può giustificare, non ci può deresponsabilizzare. Non solo chi ha ucciso Gesù ne è il responsabile ma anche chi potendo fare qualcosa, anche solo alzando la sua voce, anche solo ribellandosi, anche solo opponendosi, non lo ha fatto. Poi ci sono i capi del popolo. I capi sbeffeggiano Gesù, si prendono gioco di lui e lo disprezzano. I capi sono quelli che sfruttano a loro vantaggio ogni situazione. Con abili manovre politiche, con una buona comunicazione "te la girano" e ottengono sempre ciò che vogliono ottenere. Non si capisce come sia possibile che tutti i governi parlino di riduzione delle tasse ad ogni piè sospinto (manovra che suscita appoggio nella gente) e che il 48% degli italiani spenda tutto ciò che guadagna perché è impossibile "metter via" qualcosa. I potenti fanno i loro interessi e si prendono gioco della gente (mica glielo dicono!). Con quelli che se ne accorgono (Gesù), invece, sono feroci e li condannano alla gogna pubblica. Poi ci sono i soldati. I soldati hanno le armi e la forza. I soldati rappresentano l'ignoranza e l'ottusità delle persone ("gli si accostavano per porgergli aceto") che credono di essere libere, credono di essere forti, credono di essere qualcuno (hanno le armi) e, invece, non sanno che sono solo schiave di poche persone e di pochi capi. Quante persone si ritengono libere e fortunate perché si possono permettere "certe cose" e neppure si accorgono di essere schiave del sistema e di essere delle marionette senza midollo in mano di poche lobbies che gestiscono in tutto la loro vita ma che gli fanno credere di essere libere e potenti. Poi ci sono anche i due malfattori. Uno dei due è arrabbiato con la vita, con Dio e con tutti, come se fosse colpa degli altri la sua sorte. Ma ciò che gli accade è la conseguenza della sua vita. Tutto l'odio, la rabbia per la sua vita, lo scarica e lo getta addosso a Gesù. Quanta gente è arrabbiata, risentita con tutti: dentro sono insoddisfatti e gettano fuori tutta la loro frustrazione per una vita che non li ha resi felici, né realizzati. Tutti gli dicono: "Salva te stesso". Ma la frase è ironica, sarcastica. Quello che dicono a Gesù è quello che dovrebbero dire a sé. Sono loro che si devono salvare; sono loro che devono cambiare; sono loro che non si rendono conto che proprio essi sono i condannati, gli imprigionati, i condizionati, gli schiavi. E non se ne accorgono. Dovrebbero dire: "Non lui, ma me stesso devo salvare". Credono di vedere uno crocifisso e invece stanno vedendo un uomo libero. Credono di essere liberi e invece sono crocefissi dalle loro paure e condizionamenti. Credono di vedere e, invece, sono ciechi. Credono di vivere e non sanno che sono morti dentro. Ma c'è anche un malfattore che capisce e accoglie Gesù. Anche in quella situazione di impotenza totale si può fare qualcosa: dirgli di sì e accoglierlo. Il malfattore riconosce il suo errore e chiede perdono. Tutti guardano a Gesù: "Salvi se stesso". Solo il malfattore guarda a sé: "Noi giustamente, ma egli non ha...". Salvezza è guardare a sé; condanna è guardare agli altri: "Se tutti facessero, allora anch'io; io faccio come tutti". Salvezza è riconoscere il proprio errore, la propria non-luce, la propria cecità; salvezza è aprire gli occhi.. Questo è il paradiso: da oggi posso cambiare. Se finora è andata così, oggi posso cambiare. Non è mai troppo tardi per iniziare. Mai! Ammettere, riconoscere, sentire il male che si è fatto ci fa altrettanto male quanto averlo fatto. Ma è l'unica strada per il perdono, per ritornare a vivere, per la salvezza. Accettare il perdono di Dio è dirgli tutto ciò che siamo, tutto ciò che abbiamo fatto, tutto il male che abbiamo causato, piangerlo ed esprimerlo, aprirsi e lasciare che Dio si prenda cura delle nostre ferite. Il demonio (che ci lega ai sensi di colpa) dice: "Per questo pagherai!". Ma Dio dice: "Oggi sarai con me in paradiso. Cioè: oggi ripartiamo. Oggi cancelliamo tutto e tu torni a vivere. Sì hai sbagliato, ma adesso basta".

IL VERO SIGNIFICATO DELLA CROCE. La croce è l'arpione, il gancio sicuro che mi permette di scendere nei miei demoni, nel mio deserto, in ciò che mi fa paura, senza perdermi. Mi devo confrontare con ciò che mi abita; devo affrontare, devo mettermi di fronte ciò che sono anche se mi spaventa, anche se mi ferisce, anche se mi fa male perché è la mia verità. La croce ti tiene saldo: "Non aver paura di conoscerti, di tirare fuori i tuoi lati oscuri, le tue ferite, le tue angosce. Esprimi e incontra tutto il mondo interiore che sta vivendo nel tuo sottosuolo. Se tu sei agganciato a me niente ti può distruggere, niente ti può annientare. Chi è ancorato in Me può affrontare ogni cosa". La croce e soprattutto il crocifisso è il centro della nostra fede. In ebraico "croce" è selab (s-l-b) e questa parola indica due cose: 1. l'arpione (s) nel cuore (leb); 2. l'immergersi nell'ombra (s-l) per condurre la creazione (b) verso il suo lato di luce. La croce è l'immersione nell'ombra per condurti verso la luce di Dio. Nella sua croce di morte Gesù è sceso negli inferi. Quello che sembrava un cammino verso la morte è stato invece un cammino verso la vita. Quello che sembrava un cammino verso il buio è stato un cammino verso la luce. Quello che sembrava un cammino di abbandono del Padre è stato un cammino verso il Padre. La croce è lo scendere di ogni uomo nel buio, nella notte e nella morte. La croce è quando la tua ragione non ragiona più, cioè, quando non si può più spiegare ciò che accade, quando tu perdi il controllo della situazione, quando ti sembra di andare verso il nulla e la notte, quando ti sembra di essere risucchiato dal male o dalla fine. Si dice che il vescovo Filippo Franceschi abbia detto: "Credevo fosse una fede forte ed era solo una buona salute". Viene un momento in cui tutto ciò che credi, tutta la tua fede, tutte le tue sicurezze non ti garantiscono più nulla. Non conta più nulla quello che sai o la tua religione: viene un momento in cui devi fare un salto nel vuoto, fidarti che sarà così e che andrà bene. Non c'è nient'altro. La croce è il momento dell'impotenza, quando tutte le tue ragioni umane o di fede, quando tutte le tue spiegazioni e il tuo buon senso non reggono più e tutto cade (e devono cadere!). Allora ti sembra di essere abbandonato da Dio. Allora ti senti impotente di fronte ad un destino che è ingestibile, a-razionale e incontrollabile. Allora non ti resta che fidarti di Dio. Quando tutte le certezze sono crollate allora emerge la unica e vera certezza: Lui. Quando rimane solo il buio allora emerge la luce. Quando tu non hai più nessuna pila o candela o lanterna per illuminare il buio ma sprofondi nel buio totale allora emerge il Sole. Ad un certo punto mi arrendo e mi devo (o mi toccherà) lasciarmi portare lì dove non voglio andare. Ad un certo punto mi devo arrendere e fidarmi. Ma la strada del buio sarà la strada della luce. La via della morte sarà la via della Vita.

PENSIERO DELLA SETTIMANA. Al termine della strada non c'è la strada, ma il traguardo. Al termine della scalata non c'è la scalata, ma la sommità. Al termine della notte non c'è la notte, ma l'aurora. Al termine dell'inverno non c'è l'inverno, ma la primavera. Al termine della morte non c'è la morte, ma la vita.

Il commento è di Don Marco Pedron

- 17 Novembre 2010

Articolo scritto da Fabiana Chini
Redazione TevereNotizie.com

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