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PAROLA DEL SIGNORE

Il Vangelo di domenica 2 luglio 2017

Il commento della XIII Domenica del Tempo Ordinario è di Don Luigi Gioia

Il Vangelo di oggi, tratto da Matteo, è una delle pagine più belle scritte con la vita e con le parole dette da Gesù a noi. E' un appello a mettere al centro della vita ciò che veramente conta ed ha valore infinito ed eterno. E quello che conta veramente in questa nostra esistenza terrena non è nulla di materiale, ma tutto quello che è espressione di amore verso il Signore. Neanche gli affetti più naturali, importanti indispensabili, come quelli verso un genitore o verso un figlio, contano di più. Ecco perché questa parola del Signore, non ammette compromessi e chiede radicalità nell'accoglienza e nella vita vissuta, fino alla fine: "Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà". Quante volte pensiamo in questa ottica umana e poi restiamo profondamente delusi, perché spesso non amano i figli i genitori e i genitori i figli. L'amore umano è sempre soggetto a fragilità, a debolezze e a stanchezze. L'amore del Signore e per il Signore è in eterno. E Gesù ce lo ricorda con parole pesanti nel Vangelo di oggi: "Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa". L'amore di Dio che si concretizza con l'amore fatto di gesti semplici, anche di un bicchiere d'acqua, a chi ne ha bisogno. L'amore riempie, disseta, rigenera, ridà vita e speranza. E se l'amore è donato nel nome del Signore acquista un valore di eternità, che solo Dio potrà ricompensare nel modo adeguato. (commento di Padre Antonio Rungi)

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 10,37-42

Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me;
chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto.
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

IL COMMENTO DI DON LUIGI GIOIA: "NON SUBIRE PIU'". L'elemento più affascinante del messaggio cristiano è la sua promessa di novità. Non solo annuncia cieli nuovi e terra nuova, ma un rinnovamento del nostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. Grazie a Cristo, come dice Paolo nella seconda lettura di oggi, anche noi possiamo camminare in una vita nuova, e lo ripete ovunque: se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.

INSUCCESSI, PAURE E INCAPACITA': DOVE CERCARE LA NOSTRA CROCE. E' inevitabile prima o poi provare stanchezza nelle nostre vite, disperare della nostra capacità di ripartire, diventare consapevoli di quanto difficile sia sottrarsi ai circoli viziosi nei quali ci hanno iscritto la nostra storia, le nostre paure, i nostri fallimenti. Ci sono degli scenari che continuano a ripetersi ed ai quali sembra impossibile scampare: ciclicamente siamo esposti agli stessi litigi, alle stesse impossibilità di perdonare, alle stesse paralisi, agli stessi abusi e non intravediamo nessuna possibilità di spezzare questi meccanismi. Qui va cercata la nostra croce. Quando parliamo di croce nel cristianesimo, non intendiamo semplicemente la prova o la sofferenza. Non basta che una circostanza, un evento, un aspetto della nostra vita siano dolorosi per poterli considerare una croce. ‘Croce' è solo la prova e la sofferenza che ad un certo punto non temiamo più, non subiamo più stoicamente, ma assumiamo, abbracciamo perché in esse scopriamo possibilità nuove, una presenza nuova, quella dell'Emanuele, del ‘Dio con noi', del Risorto che è ‘ancora con noi', di Cristo. Gesù non ci intima solo di prendere la croce, ma afferma: chi non prende la propria croce e non mi segue non è degno di me'. Sofferenza e prova diventano dunque croce solo nell'istante in cui cominciamo a seguire Gesù. Il Vangelo, non solo nel suo messaggio, ma narrativamente consiste in questo: seguire Gesù, aderire a lui, perché lui ci ha chiamati, ci ha guariti, ci ha rialzati e presi per mano e ci guida, si fa il nostro cammino, ci conduce su pascoli erbosi e ad acque tranquille e non ci fa mancare di nulla, specialmente la sua consolazione.

UNA NUOVA LUCE SULLE PAROLE DEL VANGELO. Una luce nuova è così conferita alle parole del Vangelo che possono sembrarci particolarmente inumane o dure: Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. La vita che siamo invitati a non tenere per noi stessi, a perdere, è quella diventata prigioniera del circolo vizioso e dei meccanismi di ripetizione evocati più in alto. Un paradosso di questi ultimi è che sviluppiamo spesso nei loro confronti una forma di complicità: siamo quasi contenti di fronte al ciclico riprodursi di quel determinato fallimento o di quell'altra prova perché confermano il copione interno che continuiamo a riproporci, legittimano i nostri vittimismi e i nostri risentimenti. Per cambiare mentalità ci vuole non solo forza di volontà, ma una guarigione interiore, una conversione, cioè una morte e una resurrezione.

PRENDERE LA CROCE NON PER MORIRE MA PERCHE' LA MORTE NON ESERCITI NESSUN POTERE SU DI NOI. Al Vangelo fa eco Paolo nella seconda lettura precisando in cosa consistano la morte e la vita annunziati da Cristo. Se possiamo camminare in una vita nuova è perché siamo stati battezzati nella morte di Cristo, siamo stati sepolti con lui. Cristo muore di morte vera, è veramente sepolto. Grazie alla conversione, alla fede e al battesimo, siamo guariti dalla morte perché siamo uniti a colui che l'ha vinta una volta per tutte: la morte di cui si parla qui è simbolica, ma non la vita nuova che essa ci conferisce, poiché se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Il paradosso è che ci è chiesto di perdere la nostra vita, di prendere la croce non per morire, ma per non morire più, perché la morte cessi di esercitare il suo potere su di noi, perché possiamo essere liberati da tutti i meccanismi mortiferi che avvelenano le nostre esistenze.

I LEGAMI E LE FERITE. Ed un esempio di questa liberazione è quello suggerito dalla frase iniziale del Vangelo: Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me. Chi volesse denunciare il cristianesimo come alienante, disumanizzante, crederebbe di trovarne una prova irrefutabile in questa frase. Potenzialmente, la fede cristiana potrebbe slegare i legami delle famiglie o giustificare forme di pressioni indebite al loro interno. Invece proprio l'apparente durezza di questa frase contiene la chiave per redimere i legami di paternità, di maternità e di filiazione dalle loro inevitabili patologie. Proprio perché così indispensabili alla vita e alla crescita sia fisica che affettiva, i legami familiari sono anche quelli nei quali più insidiosamente si insinuano i meccanismi di morte di cui abbiamo parlato più in alto. Le ferite che condizionano più pesantemente le nostre vite sono spesso proprio quelle, reali o presunte, ricevute nella relazione con i nostri genitori: una madre troppo protettiva o ansiosa, un padre assente o troppo autoritario - ce n'è per tutti. L'amore umano, proprio perché è la cosa più bella, è anche la più fragile.

L'IMPORTANZA DEL PERDONO. Il solo modo di guarire queste ferite è quello di perdonarle e la dinamica del perdono richiede che anche il padre, anche la madre, anche il figlio o la figlia ad un certo punto diventino il prossimo, il fratello o la sorella in Cristo, che devo saper accettare nel loro mistero e che devo amare non solo a causa dei legami naturali, ma a causa di Cristo. Lungi dall'indebolire i legami familiari, proprio questo processo li purifica, li rinnova, li rafforza. Tutto quello che è vissuto in unione con Cristo, a causa di lui, diventa vita nuova.

Il commento al Vangelo è di Don Luigi Gioia

- 29 Giugno 2017

Articolo scritto da Redazione TevereNotizie
Redazione TevereNotizie.com

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