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PAROLA DEL SIGNORE

Il Vangelo di domenica 17 giugno 2018

Il commento della XI Domenica del Tempo Ordinario è di mons. Roberto Brunelli

La realizzazione di ogni progetto esige che si percorrano terreni a volte insidiosi o accidentati, che si accettino anche fallimenti o delusioni, intoppi e percorsi variegati sui quali dover procedere con prudenza, attenzione, pazienza. Nessuno è dispensato dall'insistere e dal perseverare in un determinato proposito e in obiettivo di qualsiasi natura e persistere fino al successo, senza resa e restrizione, non può che essere la nostra parole d'ordine. Ma quello che è inevitabile è dover attendere che i tempi maturino per poter raccogliere i frutti sospirati, proprio come nel caso dell'agricoltore: chi lavora, si impegna, costruisce e imposta la propria vita, non fa altro che seminare e bonificare il proprio terreno, ma quanto a coglierne i frutti è indispensabile che sappia attendere. Nei vari luoghi di ministero in cui mi sono trovato ad operare ho appreso la regola irrinunciabile per la quale, soprattutto se ci si trova agli esordi in un determinato contesto, è indispensabile che trascorra almeno qualche anno prima di ottenere gratificazione dalle proprie azioni e non immediatamente si ottiene l'accettazione e il plauso della gente. Occorre omettere la fretta ogni volta che ci si prefigge un obiettivo o si voglia impiantare un percorso. I risultati oltretutto appartengono a Colui che è il vero padrone della storia e che dirige gli eventi, indirizzando ogni cosa secondo un progetto esclusivamente suo del quale noi siamo interpreti e collaboratori. La Parola con cui Dio crea e mantiene in essere ogni cosa e con la quale si è fatto carne come Verbo che ha percorso la vita e la storia, non è mai una parola sterile e infruttuosa, sebbene da parte nostra ci ostiniamo a non bonificare il terreno. E' Parola che non manca di apportare i suoi frutti e che mostra sempre la sua efficacia, arricchendo la nostra vita, ma che si aspetta di trovare terreno fertile in noi. (commento di Padre Gian Franco Scarpitta)

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 4,26-34


In quel tempo, Gesù diceva alla folla: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra;
dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa.
Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga.
Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura».
Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo?
Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra;
ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra».
Con molte parabole di questo genere annunziava loro la parola secondo quello che potevano intendere.
Senza parabole non parlava loro; ma in privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa.

IL COMMENTO DI MONS. ROBERTO BRUNELLI: "UN REGNO DIFFERENTE DA TUTTI GLI ALTRI". Giornali, televisione e i tanti altri mezzi di comunicazione di cui disponiamo ci bombardano ogni giorno di informazioni ritenute di rilievo. A volte lo sono; spesso no; in ogni caso non colgono mai certi aspetti del nostro mondo, che pure, a ben guardare, sono i più importanti. Ad esempio, non sappiamo vedere le tante meraviglie che pure accadono sotto i nostri occhi. Ammiriamo un bel tramonto, un giardino fiorito, un paesaggio esotico; ma chi si meraviglia che ogni giorno puntuale spunti il sole, che da un piccolo seme nasca una pianta, che un animale accudisca ai suoi cuccioli? La scienza, con le sue pur necessarie spiegazioni, copre la poesia delle cose; oppure siamo distratti; oppure ancora siamo manipolati da chi sa orientare le nostre attenzioni.
A una riscoperta del fascino quotidiano invita il Vangelo di oggi (Marco 4,26-34), richiamando l'attenzione su "un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce: come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, provvede alla mietitura". E ancora, invita a considerare "un granello di senape che è il più piccolo di tutti i semi, ma una volta seminato cresce e diventa più grande di tutte le piane dell'orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra".
Chi ci bada? Gesù invita a farlo, e a prenderne spunto per intuire realtà più grandi: "Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme..."; "A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? E' come un granello di senape..." Tema del discorso di Gesù è dunque il regno di Dio.
Il regno di Dio, forse non è inutile ricordarlo, non è uno Stato che si affianchi a quelli esistenti, non è un'impresa o un'associazione come ce ne sono tante, di carattere economico, culturale, sociale. Il regno di Dio si trova là dove singoli uomini orientano a Dio la propria vita, e così facendo concorrono a orientare il mondo. In proposito, le due brevi parabole intendono affermare che la semina e la crescita del Regno si devono alla libera iniziativa di Dio, e solo Lui ne conosce le dinamiche; solo lui sa perché nasce e cresce più qui che là, più in un certo tempo che in altri, se presto o quando maturerà. E l'uomo deve avere pazienza; come il contadino non può affrettare la crescita di quanto ha seminato, così il cristiano può desiderare intensamente, con le migliori intenzioni, che il suo Signore sia conosciuto e accolto da tutti, ma deve umilmente sottomettersi a un progetto di salvezza di cui non è l'autore né il realizzatore. E' Dio che chiama: chi, quando e come, Lui solo sa; Dio ci invita a collaborare, ma non sappiamo come, quando e verso chi Egli valorizzerà il nostro impegno.
Se ne deduce, da parte di chi ha accolto in sé il Regno e si rende disponibile a promuoverlo in altri, la necessità di evitare atteggiamenti incongrui. Periodicamente si pubblicano statistiche, sul numero dei cristiani nel mondo (intendendo i battezzati), su quanti partecipano alla Messa festiva, su quanti celebrano il matrimonio religioso e così via: ma sarebbe sbagliatissimo dedurne il livello di diffusione del regno di Dio. Lui soltanto legge nelle coscienze, Lui soltanto sa. Altrettanto errati sono due opposti estremismi, in cui è facile cadere. Da un lato un certo quietismo, molto vicino al fatalismo: poiché tutto dipende da Dio, è inutile che ci diamo da fare; possiamo solo aspettare. Dall'altro lato una sorta di efficientismo, che porta a organizzare, prevedere, moltiplicare opere e programmi, come se l'attuazione del Regno dipendesse dall'impegno umano. Certo, è un dovere darsi da fare; ma guai se questo andasse a scapito di altri valori, quali la preghiera, l'umiltà, la fiducia in Colui nelle cui mani sta tutto il mondo e chi lo abita.

Il commento al Vangelo è di mons. Roberto Brunelli

- 14 Giugno 2018

Articolo scritto da Redazione TevereNotizie
Redazione TevereNotizie.com

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