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PAROLA DEL SIGNORE

Il Vangelo di domenica 16 maggio 2010

Il commento dell' Ascensione del Signore è di Don Ivano Valagussa

La fede in Dio e in Gesù può nascere in tanti modi differenti, spesso intimi e segreti. Se si persevera nel proprio credo, oltre alle cose imparate a catechismo, nascono nei giovani e negli adulti dei dubbi: si può risorgere davvero, Gesù sente le nostre preghiere davvero, è lì in Cielo con Dio che ci ascolta e ci guida? Ci viene chiesto di credere, di fidarci, ma all'uomo di oggi non bastano parole e "formulette" imparate a memoria perché vuole capire, vuole sapere, vuole vedere e "toccare con mano". Di fronte ai drammi e alle tragedie che quotidianamente vanno in scena nel mondo, le persone hanno bisogno di risposte verificabili, di certezze, perché il dolore e le delusioni, in non pochi casi, tolgono le speranze e, purtroppo, anche la fede. Chi non ha acquisito una fede solida, maturata nel tempo e ben accompagnata da buoni maestri, si smarrisce, rimane sgomento davanti a fatti dolorosi che non sa spiegarsi.  Ecco perché servono persone e formatori fedeli, veri, autentici, coerenti con quanto Gesù ha predicato: cristiani veri, non presunti; laici e sacerdoti accoglienti e misericordiosi, dotati d'infinita pazienza, che veramente rendano visibile Gesù e la sua opera di salvezza. Un abbraccio, l'ascolto, l'accoglienza, la riconciliazione, spesso possono valere più di meravigliosi trattati teologici perché la gente non li conoscerà mai se noi non siamo capaci di essere veri  cristiani.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 24,46-53

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto".
Poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

IL COMMENTO DI DON  IVANO VALAGUSSA. Sollevare lo sguardo per abitare la terra. Mentre li benediceva, Gesù fu portato verso il cielo. "L'ascensione di Cristo reca in sé una simbologia che dai più è ignorata. I grandi ingegni sogghignano, i bambini fanno domande sui viaggi spaziali, i sostenitori del new age evocano la visita e la successiva dipartita di un extraterrestre. Ciò che accade, in realtà, è che Gesù esce dal nostro spazio per fare ingresso nella pienezza della gloria di Dio, portando con sé la nostra umanità e il cosmo di cui essa è responsabile. (...) Gesù è associato alla sovranità divina (...) Certo, già lo era, ma ora lo è con noi, che siamo tutti in lui" (O. Clément).

IL GESU' ETERNO. Dentro questa interpretazione è comprensibile anche la reazione dei discepoli davanti al Signore Gesù che "si staccò da loro e fu portato verso il cielo". Non ci fu in loro una reazione di dolore, di smarrimento, di nostalgia, ma - come scrive l'evangelista Luca - "dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia". È il ritorno di chi non teme più la città che ha rifiutato il loro Maestro e Signore. La città di Gerusalemme che ha visto il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro, la fuga di quasi tutti i discepoli e la violenza di un potere che si sentiva minacciato nella propria autorità. È ormai possibile abitare a Gerusalemme e in tutte le città del mondo, anche in quelle più travagliate dall'ingiustizia e dalla violenza, perché sopra ogni città c'è lo stesso cielo ed ogni abitante può levare il capo e guardarlo con speranza. In questo cielo abita quel Dio che si è rivelato così vicino da prendere il volto di un uomo, Gesù di Nazaret. Egli rimane il Dio con noi e non ci lascia soli! È possibile guardare in alto per riconoscere davanti a noi il nostro futuro. Nell'ascensione di Gesù, il crocifisso risorto, c'è la promessa della nostra partecipazione alla pienezza di vita che sta presso Dio: "Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono" (Ap 3,21).

"MI SARETE TESTIMONI" . Con l'ascensione del Signore Gesù, si ritorna in città con grande gioia e come testimoni. Si potrebbe dire come testimoni che con gioia raccontano a tutti nella città il compimento delle promesse di Dio. Non solo con le parole, ma anche con la vita quotidiana si comunica alla propria famiglia e al vicino di casa, al collega di ufficio e all'amico sportivo che la nostra umanità è stata abitata da Dio. Non c'è condizione umana che il Signore Gesù non abbia assunto nella propria carne per plasmarla di nuovo con l'amore vero, quello che dona tutto fino alla fine e che vince perfino la morte. Questa umanità nuova è il dono che il Padre intende regalare a tutti e per questo chiede ai discepoli del suo Figlio Gesù di andare e "predicare nel suo nome a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme". Abitare la città testimoniando la vita nuova che viene dal Crocifisso Risorto è la "predica" che ogni domenica dovrebbe uscire dalla nostre chiese per entrare lungo tutta la settimana nelle case, negli uffici, a scuola, sui campi di calcio, negli ospedali, nelle carceri, nelle banche, nelle case di risposo per gli anziani, negli appartamenti affollati degli immigrati, nei campi Rom delle periferia della città.

"SARETE RIVESTITI DI POTENZA DALL'ALTO". Il segreto di questo annuncio-testimonianza è la presenza tra noi del Signore risorto, che con il dono dello Spirito continua ad aprire la nostra mente per la comprensione delle Scritture (Lc 24,44) e il nostro cuore al dono del suo amore nella Pasqua domenicale. In particolare è lo Spirito il vero artefice di quella multiforme testimonianza di cui ha parlato Benedetto XVI nel Convegno ecclesiale nazionale di Verona. Oltre ad essere segno di comunione ecclesiale, la testimonianza cristiana è annuncio di quel "grande sì che in Gesù Cristo Dio ha detto all'uomo e alla sua vita, all'amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza; come, pertanto, la fede nel Dio dal volto umano porti la gioia nel mondo". Nel rientrare a Gerusalemme, nelle nostre città, i discepoli non possono trascurare il raccoglimento nella preghiera per lodare Dio e per invocare il dono dello Spirito. Nel cenacolo in questa settimana siamo invitati tutti, insieme a Maria, per attendere lo Spirito che il Padre ha promesso di mandare. È lui che renderà viva la speranza di raggiungere quel posto che il Signore Gesù è andato a preparaci in cielo.

"FU PORTATO VERSO IL CIELO". Il ritorno di Gesù al Padre non contiene l'invito a separasi dal mondo, a dimenticare la propria storia, ad abbandonare l'impegno per la vita delle persone. Gesù nella sua risurrezione non ritorna alla vita di prima, ma entra nella condizione nuova di chi in modo pieno e definitivo è Signore e Redentore degli uomini e di tutta la storia. Una salvezza che è già operativa dentro questo mondo e che richiede occhi nuovi per vedere la sua presenza e la sua azione. Nello sguardo verso il cielo il discepolo impara a valutare questo mondo e nell'amore del Signore risorto s'impegna a costruirlo secondo il suo progetto di vita nuova. Si può dire, con l'espressione usata da don Franco Giulio Brambilla al Convegno nazionale di Verona per descrivere il cristiano laico, che il discepolo di Gesù è un "credente che non abbandona la terra per guardare le cose di lassù, ma vede quelle di lassù abitando la terra". Vedere il Signore Gesù nella sua gloria, vedere la dignità altissima dell'uomo chiamato ad essere figlio di Dio, vedere l'umanità chiamata ad essere la sua unica famiglia, vedere che nel futuro di ogni persona non c'è la morte ma la vita per sempre... È questo lo sguardo che l'ascensione del Signore Gesù ci sollecita a coltivare nella nostra vita quotidiana. Nella luce dello Spirito è possibile ormai aprire i nostri occhi guariti dall'amore di Cristo, anche se rimangono ancora deboli, fragili e bisognosi di tempo per abituarsi a questa luce intensissima.

Il commento è di Don Ivano Valagussa
da "Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi" Anno C, Ave, Roma 2009

- 13 Maggio 2010

Articolo scritto da Fabiana Chini
Redazione TevereNotizie.com

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