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PAROLA DEL SIGNORE

Il Vangelo di domenica 16 luglio 2017

Il commento della XV Domenica del Tempo Ordinario è di Don Luciano Cantini

Egli parlò loro di molte cose con parabole. Magia delle parabole: un linguaggio che contiene di più di quel che dice. Un racconto minimo, che funziona come un carburante: lo leggi e accende idee, suscita emozioni, avvia un viaggio tutto personale. Gesù amava il lago, i campi di grano, le distese di spighe e di papaveri, i passeri in volo. Osservava la vita (le piccole cose non sono vuote, sono racconto di Dio) e nascevano parabole. Oggi Gesù osserva un seminatore e intuisce qualcosa di Dio. Il seminatore uscì a seminare. Non 'un', ma 'il' seminatore, Colui che con il seminare si identifica, perché altro non fà che immettere nel cuore e nel cosmo germi di vita. Uno dei più bei nomi di Dio: non il mietitore che fa i conti con le nostre povere messi, ma il seminatore, il Dio degli inizi, che dà avvio, che è la primavera del mondo, fontana di vita. Abbiamo tutti negli occhi l'immagine di un tempo antico: un uomo con una sacca al collo che percorre un campo, con un gesto largo della mano, sapiente e solenne, profezia di pane e di fame saziata. Ma la parabola collima solo fin qui. Il seguito è spiazzante: il seminatore lancia manciate generose anche sulla strada e sui rovi. Non è distratto o maldestro, è invece uno che spera anche nei sassi, un prodigo inguaribile, imprudente e fiducioso. Un sognatore che vede vita e futuro ovunque, pieno di fiducia nella forza del seme e in quel pugno di terra e rovi che sono io. Che parla addirittura di un frutto uguale al cento per uno, cosa inesistente, irrealistica: nessun chicco di frumento si moltiplica per cento. Un'iperbole che dice la speranza altissima e amorosa di Dio in noi. Tuttavia, per quanto il seme sia buono, se non trova acqua e sole, il germoglio morirà presto. Il problema è il terreno buono. Allora io voglio farmi terra buona, terra madre, culla accogliente per il piccolo germoglio. Come una madre, che sa quanto tenace e desideroso di vivere sia il seme che porta in grembo, ma anche quanto fragile, vulnerabile e bisognoso di cure, dipendente quasi in tutto da lei. Essere madri della parola di Dio, madri di ogni parola d'amore. Accoglierle dentro sé con tenerezza, custodirle e difenderle con energia, allevarle con sapienza. Ognuno di noi è una zolla di terra, ognuno è anche un seminatore. Ogni parola, ogni gesto che esce da me, se ne va per il mondo e produce frutto. Che cosa vorrei produrre? Tristezza o germogli di sorrisi? Paura, scoraggiamento o forza di vivere? Se noi avessimo occhi per guardare la vita, se avessimo la profondità degli occhi di Gesù, allora anche noi comporremmo parabole, parleremmo di Dio e dell'uomo con parabole, con poesia e speranza, proprio come faceva Gesù. (commento di Padre Ermes Ronchi)

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,1-23


In quel giorno Gesù uscì di casa e si sedette in riva al mare.
Si cominciò a raccogliere attorno a lui tanta folla che dovette salire su una barca e là porsi a sedere, mentre tutta la folla rimaneva sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose in parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare.
E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono.
Un'altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c'era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo.
Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò.
Un'altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono.
Un'altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta.
Chi ha orecchi intenda».
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché parli loro in parabole?».
Egli rispose: «Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato.
Così a chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.
Per questo parlo loro in parabole: perché pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono.
E così si adempie per loro la profezia di Isaia che dice: Voi udrete, ma non comprenderete, guarderete, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo si è indurito, son diventati duri di orecchi, e hanno chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi, non sentire con gli orecchi e non intendere con il cuore e convertirsi, e io li risani.
Ma beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono.
In verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non l'udirono!».
Voi dunque intendete la parabola del seminatore:
Tutte le volte che uno ascolta la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada.
Quello che è stato seminato nel terreno sassoso è l'uomo che ascolta la parola e subito l'accoglie con gioia,
ma non ha radice in sé ed è incostante, sicché appena giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola, egli ne resta scandalizzato.
Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l'inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto.
Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende; questi dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta».


IL COMMENTO DI DON LUCIANO CANTINI: "ASCOLTATE". La pagina evangelica di oggi ha tre sezioni distinte e diverse sia come origine e tema, raccolte insieme e che è bene considerare separatamente: la parabola del seminatore, il parlare in parabole, l'ascolto della Parola.

IL SEMINATORE. È importante soffermarsi sul soggetto della parabola: il seminatore. Gesù sta parlando di se stesso, o meglio dell'azione di Dio nella storia, della presenza e dell'attività misteriosa di Dio nel mondo e nell'uomo per liberarli dal male e condurli a un destino di salvezza. Si dice che il seminatore uscì a seminare: Da dove uscì colui che è in ogni luogo e riempie l'universo intero? Come uscì? Non materialmente, ma per una disposizione della sua provvidenza nei nostri confronti: si è avvicinato a noi rivestendo la nostra carne. Noi non potevamo andare a lui, perché i nostri peccati ce lo impedivano; allora è stato lui a venire a noi (San Giovanni Crisostomo). Per noi che vorremmo un Dio giudice, capace si salvare i buoni e di estirpare il male, non è un gran ché comprensibile l'immagine del Seminatore che getta il suo seme con abbondanza dappertutto incurante dei terreni sottostanti. Non toglie i sassi della storia, non estirpa i rovi dell'umanità, solo getta il suo seme lasciandolo a stesso e all'interazione col terreno. È incredibile come l'amore del Signore arrivi a rispettare le situazioni di ciascuno, anche quelle intrise di peccato, come lasci a ciascuno la responsabilità di se stesso e della propria crescita. Non si impone, non converte, non convince ma accompagna, si intrufola nel terreno di ciascuno, cerca una relazione, rischia il fallimento, prova a crescere e produrre frutto. Dio entra nella storia umana, va a cercare ogni terreno e ogni anfratto, esce da se stesso per essere a noi vicino mentre nella mentalità comune, ancora intrisa di paganesimo, è l'uomo che si illude di cercare Dio e si fa a lui incontro con pellegrinaggi, offerte e doni.

SARA' TOLTO ANCHE QUELLO CHE HA. La parabola termina con l'espressione: Chi ha orecchi, ascolti. Questa frase serve all'autore del vangelo per introdurre il tema «Perché a loro parli con parabole?». Le parabole hanno un doppio effetto, da una parte un linguaggio semplice facilmente comprensibile a tutti, dall'altra sospingere ad una riflessione che richiede la capacità di ascoltare oltre le parole. L'ascolto vero provoca una comunicazione profonda tra chi parla e chi pone l'orecchio, dietro le parole ci sono sentimenti, pensieri, idee ma più ancora c'è il cuore; l'ascolto vero mette in comunione i cuori. Lo stare a sentire crea solo illusioni, si ha l'impressione di aver capito e invece di arricchire impoverisce, invece di avvicinare allontana, invece di comunicare divide. Anche l'ascolto è un dono: Perché a voi è stato dato... Non c'è un merito particolare o una conquista personale, piuttosto la forza della comunione e della libertà. Se non c'è un cuore sensibile, è inutile qualsiasi impegno nel voler capire, chi si fida solo della propria intelligenza si troverà privato di ciò che crede di aver conquistato e raggiunto fidandosi delle sue forze. Tornando all'immagine della parabola quello che conta è l'interazione tra il terreno e il seme, tra colui che ascolta e chi ha seminato.

ASCOLTATE. È proprio il verbo ascoltare che apre la conclusione di questa pagina, ne è il dominante (è ripetuto cinque volte) e il discriminante. Ai discepoli Gesù chiede di "ascoltare" ciò che hanno già ascoltato. L'ascolto non termina mai perché è come un dono ricevuto che ha bisogno di essere accolto, interiorizzato, approfondito, fatto proprio. Nell'ascolto e nel riascolto il dono si immerge sempre più nel terreno della nostra vita per dare frutto. L'ascolto trova situazioni diverse tra loro che non possiamo giudicare - troppo facile puntare il dito contro i sassi o i rovi - forse neppure cambiare, piuttosto è necessario prendere coscienza del dono della Parola che abbiamo indiscutibilmente ricevuto e della nostra situazione come persone e comunità perché è in quella situazione che dobbiamo dare frutto. Nella dinamica della vita tutto può accadere ma non deve diminuire l'impegno ad ascoltare e intravedere, in ogni situazione, la possibilità di dare frutto all'ascolto. La caratteristica del buon ascolto e quella di colui che ascolta la Parola e la comprende. Comprendere dà il senso all'ascolto, e non significa capire, scoprire i significati quanto "contenere in sé, abbracciare, racchiudere [Treccani]". È l'atteggiamento di Maria che custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore (Lc 2,19).

Il commento al Vangelo è di Don Luciano Cantini

- 14 Luglio 2017

Articolo scritto da Redazione TevereNotizie
Redazione TevereNotizie.com

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