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PAROLA DEL SIGNORE

Il Vangelo di domenica 16 aprile 2017

Il commento della Domenica di Pasqua - Risurrezione del Signore - è di Padre Ermes Ronchi

Un uomo, in modo esplicito o confusamente istintivo, non può evitare di interrogarsi prima o poi sull'enigma costituito da lui stesso. Ce lo chiediamo tutti: chi siamo? Da dove veniamo, a che scopo viviamo, perché moriamo? E con la morte tutto finisce, o c'è qualcosa, dopo? Non sono domande retoriche o astratte speculazioni filosofiche, perché ad esse si lega il nostro vissuto quotidiano, le nostre scelte, la speranza e l'angoscia, le ragioni profonde del gioire così come le inquietudini e le segrete paure che travagliano da sempre l'umanità. Ebbene, la festa di oggi dà una risposta chiara: la si trova riflessa come in uno specchio nella persona e nella vita di Gesù morto e risorto; egli è, per così dire, il prototipo esemplare dell'uomo come il suo Creatore l'ha pensato. Egli è il Figlio di Dio, ma è anche uomo, e come tale ha sperimentato al pari di tutti la gioia e il dolore, ma sempre nella consapevolezza di essere amato da Colui che gli preparava un futuro di gloria, di piena e definitiva vittoria sulla più angosciante delle prospettive, la morte. L'uomo Gesù è vissuto facendo propria l'ottica del Padre (il "Padre suo e Padre nostro": così l'ha chiamato), impostando la vita terrena non come un'affannosa ricerca di sé, del proprio benessere, ma come un dono da elargire in fraterna amicizia con tutti, nella prospettiva del ritorno "a casa". Quella "casa" che ora l'accoglie attende ciascuno di noi, anche noi figli di Dio. L'importante è non chiudersi agli altri, per poi piangere di solitudine; non tenere ostinatamente chiusi gli occhi, per poi lamentarsi del buio. (commento di Roberto Brunelli)

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,1-9

Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!».
Uscì allora Simon Pietro insieme all'altro discepolo, e si recarono al sepolcro.
Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro.
Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra,
e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte.
Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.
Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.

IL COMMENTO DI PADRE ERMES RONCHI: "AMARE E' DIRE: TU NON MORIRAI. ED ORA E' UNA REALTA". Come il sole, Cristo ha preso il proprio slancio nel cuore di una notte: quella di Natale - piena di stelle, di angeli, di canti, di greggi - e lo riprende in un'altra notte, quella di Pasqua: notte di naufragio, di terribile silenzio, di buio ostile su di un pugno di uomini e di donne sgomenti e disorientati. Le cose più grandi avvengono di notte.
Maria di Magdala esce di casa quando è ancora buio in cielo e buio in cuore. Non porta olii profumati o nardo, non ha niente tra le mani, ha solo la sua vita risorta: da lei Gesù aveva cacciato sette demoni.
Si reca al sepolcro perché si ribella all'assenza di Gesù: «amare è dire: tu non morirai!» (Gabriel Marcel). E vide che la pietra era stata tolta. Il sepolcro è spalancato, vuoto e risplendente nel fresco dell'alba, aperto come il guscio di un seme. E nel giardino è primavera.

I Vangeli di Pasqua iniziano raccontando ciò che è accaduto alle donne in quell'alba piena di sorprese e di corse. La tomba, che avevano visto chiudere, è aperta e vuota.
Lui non c'è. Manca il corpo del giustiziato. Ma questa assenza non basta a far credere: hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno messo.
Un corpo assente. È da qui che parte in quel mattino la corsa di Maddalena, la corsa di Pietro e Giovanni, la paura delle donne, lo sconcerto di tutti. Il primo segno è il sepolcro vuoto, e questo vuol dire che nella storia umana manca un corpo per chiudere in pareggio il conto degli uccisi. Una tomba è vuota: manca un corpo alla contabilità della morte, i suoi conti sono in perdita. Manca un corpo al bilancio della violenza, il suo bilancio è negativo. La Risurrezione di Cristo solleva la nostra terra, questo pianeta di tombe, verso un mondo nuovo, dove il carnefice non ha ragione della sua vittima in eterno, dove gli imperi fondati sulla violenza crollano, e sulle piaghe della vita si posa il bacio della speranza.
Pasqua è il tema più arduo e più bello di tutta la Bibbia. Balbettiamo, come gli evangelisti, che per tentare di raccontarla si fecero piccoli, non inventarono parole, ma presero in prestito i verbi delle nostre mattine, svegliarsi e alzarsi: si svegliò e si alzò il Signore.
Ed è così bello pensare che Pasqua, l'inaudito, è raccontata con i verbi semplici del mattino, di ognuno dei nostri mattini, quando anche noi ci svegliamo e ci alziamo. Nella nostra piccola risurrezione quotidiana.
Quel giorno unico è raccontato con i verbi di ogni giorno. Pasqua è qui, adesso. Ogni giorno, quel giorno. Perché la forza della Risurrezione non riposa finché non abbia raggiunto l'ultimo ramo della creazione, e non abbia rovesciato la pietra dell'ultima tomba (Von Balthasar).

Il commento al Vangelo è di padre Ermes Ronchi

- 14 Aprile 2017

Articolo scritto da Redazione TevereNotizie
Redazione TevereNotizie.com

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