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PAROLA DEL SIGNORE

Il Vangelo di domenica 14 marzo 2010

Il commento della IV Domenica di Quaresima Laetare è di Mons. Domenico Pompili

Il Padre Misericordioso è una parabola molto famosa e molto amata perché rende visibile la misericordia di Dio. Gesù è un grande comunicatore perché con le sue parole dipinge il ritratto di Dio in un modo che arriva, che si capisce subito; quando parla alla gente è molto semplice, ma profondissimo e ogni sua parola non è detta per caso. La misericordia di Dio non si vede, non si tocca, se ne può solo fare esperienza o se ne può essere i portatori. Chi ne fa esperienza è uno che sa leggere nella storia, nella vita, il significato profondo e vero delle cose che accadono e sa capire, è uno intelligente; chi è portatore della misericordia è una persona che sa essere coerente con la propria umanità e quindi è capace di comprendere l'altro e di mettersi in gioco per accoglierlo e amarlo. Il Padre Misericordioso è uno che sa perdonare, ma perdona perché ama, non perché vuole dominare e l'amore vero è gratuito, si alimenta dal proprio interno senza depredare la vita altrui, ma l'arricchisce, si rallegra del suo bene e fa festa insieme.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 15,1-3.11-32

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: "Costui riceve i peccatori e mangia con loro".
Allora egli disse loro questa parabola: "Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre.
Quando era ancora lontano, il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si indignò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato".

IL COMMENTO DI MONS. DOMENICO POMPILI. Dio? Era perduto ed è stato ritrovato. Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita. "Se mai dovessero perdersi i quattro Vangeli, che almeno si salvi questa pagina. Basterebbe!". Così la pensava Charles Peguy che ben aveva intuito la centralità di questa parabola che aiuta a ritrovare quello che forse un po' tutti abbiamo perduto, cioè Dio. Sì, perché a perdersi e poi a ritrovarsi non sono tanto i due figli, ma il padre che alla fine abbraccia entrambi.

I FIGLI. Tutti e due i figli si sono allontanati da lui: il più giovane, sbattendo la porta, il più grande restando, anche se col cuore altrove. Per il più giovane la casa è troppo stretta, per il più grande è troppo vuota. E così entrambi se la lasciano alle spalle e con essa il padre che perdono, forse perché in realtà non l'hanno mai conosciuto. "Si allontanano": ecco descritto nel modo più convincente il peccato, cioè il male. Si tratta in realtà di un impercettibile "congedo" da Dio, cioè dal nostro habitat naturale, dalla nostra più segreta identità. A pensarci bene, l'elemento fondamentale è che esista Qualcuno da cui si proviene e verso cui si tende, altrimenti non avrebbe senso né restare fedele, né diventare infedele perché non ci si allontanerebbe da nessuno, se c'è solo il vuoto dietro e avanti a noi. Per questo oggi è scemato del tutto il senso del peccato, sebbene prontamente rimpiazzato da variegati sensi di colpa, spesso irrazionali e comunque fondati sulla pressione dei miti dominanti e della pubblica opinione. Se manca il riferimento a Dio, scema anche il senso del peccato che è sempre prendere le distanze da Lui. Anche se il male si fa strada comunque e finisce per essere soverchiante rispetto alla nostra libertà.

UN PADRE INCOMPRESO. Ma perché capita di allontanarsi? Fisicamente, come nel caso del figlio minore e affettivamente, come nel caso del figlio maggiore? I due fratelli ci lasciano intuire due situazioni che corrispondono a sensibilità diverse per formazione ed esperienza. Il più giovane lascia il padre perché oppresso, limitato, circoscritto dalla figura paterna. Capita anche a molti di allontanarsi da un "dio" percepito come un gendarme, come uno che ti colpisce, che ti vede per castigare. È un'immagine questa del Dio irato più frequente di quel che si pensi, giacché spesso sotto questo nome sono stati fatti passare i contenuti più disparati e perché l'immagine di Dio più frequente non è quella evangelica, come si ricava da questo affresco insuperabile di Luca. Il più grande lascia il padre perché nel profondo si sente un salariato più che un figlio e cerca dunque il massimo vantaggio ("neanche un capretto", si lamenta), ma non ha un rapporto vero. Dio è uno da tenersi buono, tutt'al più uno da ingraziarsi. C'è dietro a questa relazione evidentemente lo spettro di una presenza che non può essere evitata e che deve essere però con-trattata. Ma siamo lontani mille miglia da una qualsivoglia forma di relazione che apra a un incontro. Tanto che tra i due il dialogo sembra spegnersi appena avviato perché non c'è mai stato.

LA VERITA' DEL PADRE. E il padre? Come è in realtà? Il dipanarsi del racconto ce ne lascia intuire alcuni tratti, tanto decisivi quanto dimenticati. Colpisce anzitutto la sua accondiscendenza dinanzi alla scelta risoluta del più giovane di andar via. Avrebbe potuto contrastarlo, opporgli la sua esperienza, negargli l'eredità. E invece lo asseconda, lo lascia libero di sbagliare perché lo ama profondamente e sa quanto sia importante provare a realizzare ciò in cui si crede di credere. Il distacco però è solo fisico. Il padre non ha chiuso il suo cuore. Attende fiducioso il ritorno del figlio non potendo far altro. Trepida per lui, scruta la strada nella speranza di vederlo. E infatti sarà il primo a scorgerlo quando ancora era lontano. E quasi non crede ai suoi occhi, si commuove, gli corre incontro, lo abbraccia, lo bacia. Sembra anche una madre, secondo la celebre intuizione di Rembrandt che - evocando le mani del padre - ne presenta una ruvida e virile e un'altra tenera ed inequivocabilmente femminile. C'è poi una tenerezza speciale anche verso il figlio maggiore. È di altra natura, ma non è meno intensa visto che sotteso c'è qui il dramma di un padre che non si sente più riconosciuto e che sperimenta come un senso di abbandono. Di fatto il padre esce fuori premuroso a pregarlo e lascia intendere come egli dimori sempre nel suo cuore e vi sia quasi una continuità ininterrotta tra i due: tutto ciò che è mio è tuo, quasi fossero la stessa persona. La parabola a questo punto però s'interrompe, lasciando in sospeso la reazione ultima del fratello maggiore. Ma in realtà questo vuoto non è casuale e rimette al centro l'iniziativa gratuita del padre, il cui volto Gesù è venuto finalmente a svelarci.

LA LIBERTA' INDIVIDUALE. Il finale della celebre parabola dipende in realtà dalla libertà di ciascuno, chiamato a misurarsi con il Dio di Gesù Cristo. Ha scritto Benedetto XVI proprio nell'avviare la sua prima enciclica: «"Dio è amore, chi sta nell'amore dimora in Dio» (1Gv 4,6). Queste parole della prima lettera di Giovanni esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l'immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell'uomo e del suo cammino. Inoltre, in questo stesso versetto, Giovanni ci offre per così dire una formula autentica dell'esistenza cristiana: «Noi abbiamo riconosciuto l'amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto»" (Deus caritas est, 1).

Il commento è di Mons. Domenico Pompili
tratto da "Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi" Anno C
Ave, Roma 2009

- 12 Marzo 2010

Articolo scritto da Fabiana Chini
Redazione TevereNotizie.com

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