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PAROLA DEL SIGNORE
Il commento della VI^ Domenica del Tempo Ordinario è di Mons. Roberto Brunelli
Dove si gioca il futuro dell'umanità e del mondo? Mi sa che si gioca sulla dicotomia tra il pensiero dell'uomo e quello di Dio, inteso come Colui che si può anche chiamare Principio della Vita e del quale c'insegna Gesù. Nella misura in cui questi due pensieri sono divergenti o coincidono, si ottiene infelicità o felicità. L'uomo è sicuramente una grande creatura e sa produrre molte cose, ma non può andare oltre ciò che è il Progetto che gli ha dato vita. L'uomo non può bere del veleno sennò muore; per vivere ha bisogno di acqua pulita. Se il pensiero errato o in malafede di alcuni si tramuta in veleno per le anime e le coscienze dei popoli, si ottiene un'umanità infelice, oppressa, schiava, misera. Di fatto non c'è una vera libertà assoluta, estrema, pena la perdita dell'umanità stessa. Non è vero che tutto è relativo e ciascuno può "vivere" come gli pare, ci sono cose giuste che fanno il bene dell'uomo e ci sono cose sbagliate che lo uccidono dentro e poi anche biologicamente. Le beatitudini di Gesù sconvolgono la "mentalità corrente" proprio perché si riferiscono al progetto di Dio sull'uomo e non a ciò che l'uomo, cieco perché non sa guardarsi dentro, pensa di se stesso. Sarà vero? Provare per credere.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,17.20-26
In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante.
C'era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidóne.
Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva:
"Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati.
Beati voi che ora piangete, perché riderete.
Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v'insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell'uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già la vostra consolazione.
Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame.
Guai a voi che ora ridete,
perché sarete afflitti e piangerete.
Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti".
IL COMMENTO DI MONS. ROBERTO BRUNELLI. Chi sono i poveri; chi sono i ricchi. "C'era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e Sidone". Gesù è in Galilea; per ascoltarlo vengono anche da lontano (Gerusalemme è ad oltre cento chilometri) e persino dall'estero (Tiro e Sidone sono città del Libano) e in questa ampiezza d'orizzonti egli lancia uno dei cardini della sua innovativa dottrina, le beatitudini. L'evangelista Luca ne dà una formulazione condensata rispetto a quella più nota di Matteo: le riduce da otto a quattro, cui contrappone altrettanti "guai" per chi segue vie contrarie; ma il significato globale è lo stesso, riassumibile nella prima: "Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio; guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione".
CHI SONO I POVERI. Di fronte a queste parole si pone subito la domanda di chi siano per Gesù i poveri, e di conseguenza i ricchi. Ai due termini si dà oggi un significato piuttosto chiaro: povero è chi vive in ristrettezze, ricco è chi può permettersi il superfluo. Ne facciamo insomma una questione economica, con i suoi risvolti di giustizia sociale. Ora, è certamente nello spirito del vangelo combattere la povertà, aiutare chi è nel bisogno, tendere ad una distribuzione equanime dei beni della terra; ma primariamente Gesù proclama un senso più profondo dei due termini. In vista della meta cui ogni uomo dovrebbe tendere, cioè partecipare nel mondo futuro e definitivo alla vita stessa di Dio, povero è chi pone in Lui le sue speranze; ricco è chi confida nelle proprie risorse per costruirsi il paradiso adesso, in questo mondo. Povero è chi sa, e si regola di conseguenza, che se anche dispone di miliardi non può servirsene per comperare la salvezza. Povero è chi non approfitta della propria forza, della propria intelligenza, del proprio potere per sfruttare o umiliare chi ne è meno dotato. In questo senso, povertà e ricchezza non riguardano banalmente il portafoglio. Anche chi ha meno soldi o non ne ha per niente può nutrire pensieri, coltivare aspirazioni e assumere atteggiamenti da ricco, quando in cuor suo aspira ad esserlo, nel senso indicato: davanti a Dio anche lui è ricco, pur se non risulta tale all'anagrafe tributaria, perché l'uomo guarda all'apparenza, Dio guarda il cuore. E per converso, chi dispone di beni di fortuna o altri privilegi, ma non se avvale per opprimere gli altri, non ne fa motivo di arroganza, è disponibile alle necessità del prossimo e solo in Dio trova il senso della propria vita, presente e futura, rientra anch'egli nella categoria di quanti Gesù chiama beati. Dunque, essere ricchi o poveri davanti a Dio non è questione di fortuna, ma di scelta: una scelta che si rinnova ogni momento. La vita è un viaggio, in regioni dove non siamo mai stati, lungo una strada che continuamente si biforca: per decidere quale delle due possibilità scegliere, occorre considerare la meta cui conducono.
LA VERA RICCHEZZA. Lo stesso concetto esprime con un'altra similitudine la prima lettura di oggi, riecheggiata nel salmo responsoriale. Il salmo, significativamente il primo dei 150 di cui si compone questo libro, dice: "Beato l'uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti, ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte. E' come un albero piantato lungo corsi d'acqua, che dà frutto a suo tempo: le sue foglie non appassiscono e tutto quello che fa', riesce bene. Non così, non così i malvagi, ma come pula che il vento disperde; poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti, mentre la via dei malvagi va in rovina".
Il commento è di Mons. Roberto Brunelli
- 11 Febbraio 2010
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