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PAROLA DEL SIGNORE

Il Vangelo di domenica 11 giugno 2017

Il commendo della domenica della Santissima Trinità è di Don Marco Pozza

Sono così belle le cose sfiorate dalla luce della luna piena. Ma sono ancora più belle abbagliate dai raggi caldi del sole. Perché la luna vive di luce riflessa. Il sole invece è fonte di luce, e la luce è integrazione della diversità dei colori. Come il sole, Dio è Fonte di Luce. Dio è Luce. E la Luce è venuta al mondo. Il mistero di Dio si rivela illuminando la realtà da Lui creata. E nel riconoscere la ricchezza e la bellezza dei colori e delle forme, che danno identità e consistenza a tutte le cose, ci accorgiamo di quanto sia meravigliosa e discreta la Fonte che ha generato tutto ciò. La Luce, in sé, non si vede. Ma fa vedere. E nel rendere visibile, illumina di bellezza. Così si svela, e ci stupisce che possa esserci tanta varietà, sebbene rischiarata e originata dalla stessa Sorgente. Così è Dio: per farsi vedere, mette in evidenza, rischiara, colora e decora le Sue creature, perché in esse noi - le più belle fra tutte le creature - possiamo intuire e desiderare il Suo volto di Luce. Dio nessuno l'ha mai visto, ma la Luce lo ha rivelato. La Luce è il volto del Figlio, consegnato per amore affinché si infrangano le tenebre che deformano, nascondono, spengono la bellezza e la vita. Nel volto del Figlio si mostra la luminosità del Padre, ma in maniera paradossale. Il Padre infatti si ritira, affinché splendano coloro che Egli ama. Perché è proprio della Luce restare umilmente in secondo piano, e allo stesso tempo penetrare ogni corpo, permettendo agli oggetti illuminati di esprimere tutta la loro consistenza. Ma senza la Luce essi non sono più. Così fa Dio con noi. Ma così, in Dio, fa il Padre con il Figlio, e il Figlio con il Padre. Il primo si espropria del proprio diritto di abitare solitario il Cielo e di vedere tornare a Lui tutte le cose, anche il riconoscimento del Figlio. Il Padre prende l'iniziativa, esce da sé, e consegna il Figlio, in qualche modo se ne distacca, se ne priva, quasi a essere disposto a perderlo, e solo per amore. La Croce è il vertice della Luce, perché nella Croce il Padre rinuncia totalmente a imporre l'abbaglio della Sua divinità per lasciare che il Figlio si esponga, umiliato, a essere icona e altare dell'amore donato. Ma in questo mistero pasquale, anche il Figlio si ritira, si schermisce, così come insistentemente aveva fatto nella sua vita terrena: ‘Chi ha visto me ha visto il Padre' (Gv 14,9); ‘non la mia, ma la Sua volontà sia fatta' (Lc 22,42). Il Figlio, della stessa sostanza del Padre, pensa, sente e agisce come Lui nella logica del totale svuotamento di sé, per fare posto all'altro. Dio agisce così verso l'uomo e la creazione. Dio agisce così perché Egli è così, anche nell'intimità della propria vita trinitaria. La relazione del Padre e del Figlio, il primo che consegna, il secondo consegnato, per il bene degli uomini, manifesta l'essenza dell'Amore. L'Amore è la relazione tra loro, l'Amore dunque è lo Spirito Santo. Così come si mostrano a noi, Padre e Figlio sono tra loro, diversi ma uguali nell'Amore. L'Amore, lo Spirito, è capacità di farsi da parte proiettando però la propria Luce affinché i colori, le forme, i dettagli, la dignità, la bellezza dell'altro vengano alla luce, si manifestino, si consolidino. E così l'Uno fa essere l'Altro, e non vi è l'Uno senza l'Altro. Avviene tra il Padre e il Figlio. Avviene tra Dio e l'uomo. Se cancelliamo Dio, muore l'uomo, e le tenebre invadono il mondo. Se uccidiamo l'uomo, sfiguriamo Dio, come il volto di Gesù sulla Croce. Oggi è festa di Luce. Ma è anche battaglia tra giorno e notte, tra chiaro e scuro, tra luce e tenebre. In Dio tutto è Luce. Sceglierlo è fare un passo avanti perché il suo Amore ci possa invadere e rischiarare, illuminare e riscaldare. Sceglierlo è percorrere gli ultimi passi della penombra, per passare dalla luna al sole. La Trinità ha scelto di farsi prossima a noi: non poteva essere altrimenti, perché la Luce è fatta per illuminare. Tuttavia, a noi lascia la libertà di decidere se lasciarci toccare o no da questo raggio vitale. In ciò, la Trinità si ritira, attende, spera. Con noi, per noi, da noi: immensa dignità, quella di poter scegliere di lasciar vivere in noi la Luce, perché vi sia Luce anche tra noi. Permettere a Dio di essere Dio dipende anche dalla nostra libera adesione alla Luce. Con l'opportunità della vita piena, della salvezza definitiva, dell'eternità. E il rischio che, rifiutato e sfigurato Dio, anche noi restiamo spenti a vagare nell'esistenza terrena come fiammelle senza speranza. (commento di Don Luca Garbinetto)

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 3,16-18


In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.
Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è gia stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio».

IL COMMENTO DI DON MARCO POZZA: "LA GRAVIDANZA DI DIO". Esagerazioni che, da sole, rendono pazzo il cuore. Pare proprio che, senza esagerazione, nel Vangelo, non possa esserci gioia: neppure amore. Eccola qui l'ultima: non è sufficiente dire che Dio ha amato il mondo - il che, a pensarci per più di due secondi, sarebbe già annuncio di compagnia - ma si vuol cercare di quantificarlo, segnarne il bordo. Eccolo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito». Dove l'inaudito abita nell'aggettivo più che nel verbo: tanto. È misura-indefinita, complemento di abbondanza, aggettivo di generosità. Misura mai apparsa prima d'allora: tanto misura quanto il Corpo dell'Uomo Crocifisso, è prezzo d'amore, il legno della Croce. Voler misurare l'amore, insomma, è dover contemplare in ginocchio l'immensità della Croce: tantissimo, pare quasi-troppo, senza-misura, vicino all'impossibile. Eppure questo è-stato: l'Uomo che aveva il sogno d'innalzare l'uomo s'è fatto misura di quanto è diventato grande l'amore. La misura dell'amore è amare-senza-misura. L'altezza dell'amore è la Croce.
L'Iddio aveva un Figlio: uno solo, l'unico, il primogenito. Non ne aveva uno di scorta. Se l'è giocato, nel nome dell'amore, per dare una forma alla sua follia: che, bando alle smargiassate di Satana, non è quella d'ingelosirsi per la felicità dell'uomo ma d'essere Lui stesso cagione di felicità. Satana è un millantatore, il Dio di Adamo è apprensione «perché chiunque crede in lui non vada perduto». Siccome ha un solo Figlio, decide di giocarsi il tutto-per-tutto: metter una misura all'amore sarebbe come giocare al ribasso, mostrare di non crederci così tanto, tenersi un'alternativa qualora l'avventura fallisca. Amare-da-Dio è non avere un'uscita di sicurezza, un piano-b: si vince, si perde. Tra salvezza e dannazione non ci sarà mai una terza-opzione: con Lui, contro Lui. L'eternità, qualunque sia la rotta: dannazione-completa, salvezza-totale. Esattamente per questo «Dio ha mandato il Figlio nel mondo». "Nel" è preposizione, segnaletica, annuncio di traiettoria: "dentro alla baraonda, in mezzo al baillame della storia. A fondersi, confondersi, sfigurarsi per dipingere". Il contrario è fuori, anche "nelle vicinanze, tanto-vicino". Annunciare Dio-nel-mondo era quasi bestemmia, sbeffeggiare la divinità del Cielo: dopo-Cristo è rimasto annunciazione dell'indicibile vicinanza, di scandalosa fiducia. Dio-in-me, io-in-Dio: se non è follia, poco ci manca.
Nicodemo è un fariseo: è prevenuto nei confronti dell'Eterno, ragiona per frasi-fatte, fiuta una percentuale di superstizione in quell'Amore bambino. Teme ci sia una truffa nascosta: decide d'andare appresso. Gli fa domande: mica è facile credere nell'immediato all'assurdo del Maestro - entrare, una seconda volta, nel grembo della madre -, all'esagerazione divina. Gesù, però, dimostra apprezzamento per quella voglia matta di conoscerlo, d'andare da Lui in piena-notte, di verificare la sua opinione: gli spiega bene le cose, gliele ripete quando serve. È il punto-assurdo, la vertigine: tanto-amato. È misura di gravidanza: «Il potere di ingravidare, segnare un corpo, metterci dentro il tuo nome e te stesso, generare qualcuno che ti deve continuare. Roba reazionaria, stupida, primitiva» (S. Avallone). Roba-da-Dio. Il mistero della Trinità è qui. Indossa i nomi comuni della vita quotidiana, che sono i nomi-propri dell'affetto: il padre, il figlio, l'amore. Accenna alla premura, al prendersi-cura, alla volontà feroce che nulla vada perduto di tutto ciò che esiste. Nessun cenno di condanna, della minaccia non è traccia alcuna, men che meno di gelosia: l'unica gelosia che l'Eterno conosce è l'essere geloso del suo amare il mondo fino-alla-fine. La ragione dell'impazzire di Satana: perdere per vincere, servire per regnare, abbassarsi per innalzarsi, il meno per costruire il più. Satana non l'accetta: lui, bastardo, all'uomo toglie per ingrassarsi. Dio, bellissimo, all'uomo toglie per aumentare. Resta «quello che nessuno ti dice, cioè che devi morire. C'è un momento che lo devi fare, se vuoi dare la vita a un'altra persona» (S. Avallone, Da dove la vita è perfetta). La croce è annuncio della gravidanza di Dio. Tanto-amore.

Il commento al Vangelo è di Don Marco Pozza

- 09 Giugno 2017

Articolo scritto da Redazione TevereNotizie
Redazione TevereNotizie.com

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