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PAROLA DEL SIGNORE

Il Vangelo di domenica 11 febbraio 2018

Il commento della VI Domenica del Tempo Ordinario è di Padre Ermes Ronchi

Gesù non è un medico guaritore che ostenta una competenza superiore a quella degli altri medici; non vuole qualificarsi come il portentoso fautore di prodigi e di guarigioni ed è per questo che impone al lebbroso risanato (come anche fa in tanti altri contesti simili) il “segreto messianico”: “Guarda di non dire niente a nessuno”. Non vuole che si parli di lui come il perito in infermità mentali ma come il Messia, il Salvatore nelle cui opere emerge la misericordia del Padre e l'avvento del Regno di Dio. Quindi non si deve fare verbo eccessivo dei suoi miracoli di guarigione, perché l'unica prospettiva con cui la gente deve guardarlo dev'essere quella della fede. E soprattutto la guarigione da una malattia da lui operata va vista come manifestazione del potere di Dio sul dolore e sulla morte, della divina volontà di intervenire sul male fisico come anche sulla limitatezza morale che spesso lo accompagna. La malattia della lebbra era associata a un peccato commesso e determinava che chi ne veniva colpito veniva considerato impuro e tale doveva proclamarsi nella società. Doveva vestire di cenci, coprirsi fino al labbro e gridare a tutti il suo stato d'impurità (Levitico prima Lettura) e quel che era peggio era considerato un “lontano”, un escluso fintanto che perdurava il suo male. Gesù guarda questo lebbroso (e altri) senza pregiudizi e, come nessun altro avrebbe mai fatto all'epoca, allunga le mani su di lui mormorando semplicemente: “Lo voglio, sii purificato”. Scompare così la lebbra fisica e l'impurità morale che sottende allo stato di colpevolezza del soggetto. Appunto questo Gesù opera in noi, anche nelle nostre esperienze di continua sofferenza fisica; la guarigione dal peccato, la purificazione dalle nostre colpe e per estensione anche da quelle altrui, poiché la malattia, accettata con risolutezza e determinazione, estingue parecchi dei nostri peccati rendendoci operatori di redenzione verso altri. (commento di Padre Gian Franco Scarpitta)

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 1,40-45


In quel tempo, venne a Gesù un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!».
Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, guarisci!».
Subito la lebbra scomparve ed egli guarì.
E, ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse:
«Guarda di non dir niente a nessuno, ma và, presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro».
Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte.

IL COMMENTO DI PADRE ERMES RONCHI: LA COMPASSIONE DI GESU' E I LEBBROSI DEL NOSTRO TEMPO. Un lebbroso cammina diritto verso di lui. Gesù non si scansa, non mostra paura. Si ferma addosso al dolore e ascolta.
Il lebbroso «porterà vesti strappate, sarà velato fino al labbro superiore, starà solo e fuori» (Levitico 13,46). Dalla bocca velata, dal volto nascosto del rifiutato esce un'espressione bellissima: «Se vuoi, puoi guarirmi». Con tutta la discrezione di cui è capace: «Se vuoi». E intuisco Gesù toccato da questa domanda grande e sommessa, che gli stringe il cuore e lo obbliga a rivelarsi: «Se vuoi». A nome di tutti i figli dolenti della terra il lebbroso lo interroga: che cosa vuole veramente Dio da questa carne piagata, che se ne fa di queste lacrime? Vuole sacrifici o figli guariti?
Davanti al contagioso, all'impuro, un cadavere che cammina, che non si deve toccare, uno scarto buttato fuori, Gesù prova «compassione». Il Vangelo usa un termine di una carica infinita, che indica un crampo nel ventre, un morso nelle viscere, una ribellione fisica: no, non voglio; basta dolore!
Gesù prova compassione, allunga la mano e tocca. Nel Vangelo ogni volta che Gesù si commuove, tocca. Tocca l'intoccabile, toccando ama, amando lo guarisce. Dio non guarisce con un decreto, ma con una carezza.
La risposta di Gesù al «se vuoi» del lebbroso, è diretta e semplice, una parola ultima e immensa sul cuore di Dio: «Lo voglio: guarisci!». Me lo ripeto, con emozione, fiducia, forza: eternamente Dio altro non vuole che figli guariti. È la bella notizia, un Dio che fa grazia, che risana la vita, senza mettere clausole. Che adesso lotta con me contro ogni mio male, rinnovando goccia a goccia la vita, stella a stella la notte.
E lo mandò via, con tono severo, ordinandogli di non dire niente. Perché Gesù non compie miracoli per qualche altro fine, per fare adepti o per avere successo, neppure per convertire qualcuno. Lui guarisce il lebbroso perché torni integro, perché sia restituito alla sua piena umanità e alla gioia degli abbracci. È la stessa cosa che accade per ogni gesto d'amore: amare «per», farlo per un qualsiasi scopo non è vero amore.
Quanti uomini e donne, pieni di Vangelo, hanno fatto come Gesù e sono andati dai lebbrosi del nostro tempo: rifugiati, senza fissa dimora, tossici, prostitute. Li hanno toccati, un gesto di affetto, un sorriso, e molti di questi, e sono migliaia e migliaia, sono letteralmente guariti dal loro male, e sono diventati a loro volta guaritori.
Prendere il Vangelo sul serio ha dentro una potenza che cambia il mondo.
E tutti quelli che l'hanno preso sul serio e hanno toccato i lebbrosi del loro tempo, tutti testimoniano che fare questo porta con sé una grande felicità. Perché ti mette dalla parte giusta della vita.

Il commento al Vangelo è di Padre Ermes Ronchi

- 10 Febbraio 2018

Articolo scritto da Redazione TevereNotizie
Redazione TevereNotizie.com

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