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PAROLA DEL SIGNORE

Commemorazione dei defunti: il Vangelo di lunedì 2 novembre

Il commento è di don Nazzareno Marconi

Chi ha provato l'esperienza della scomparsa di una persona cara sentirà sempre il vuoto che ha lasciato. La si cerca in casa o nei luoghi amati, negli oggetti della vita quotidiana, manca il suono della sua voce e, soprattutto, manca il bene che ci ha voluto. Restiamo con le mani aperte, con il nostro amore che ora non sappiamo a chi dare; è come cadere e non sapere come rialzarsi e ci vuole tanto tempo per reagire, per amare ancora, per ritrovare l'equilibrio e la serenità. Non ci sono ricette preconfezionate, ma una buona cosa potrebbe essere questa: dopo aver curato le ferite che comunque ci sono e fanno male, iniziare piano piano a indirizzare l'amore per la persona scomparsa su altre cose meritevoli, su altre persone che sono nel mondo con noi e ne hanno tanto bisogno. Chi è partito per il Cielo ci mancherà comunque, ma avremo offerto tenerezza e calore a nuove persone, sentiremo la vita tornare in noi, troveremo nuove ragioni, nuovi orizzonti che ci chiamano oltre il lutto che ci ha colpiti. Abbiamo sempre un Amico che ci vuole bene in Dio.

La voce di un testimone. "Ricordiamoci che Dio non ritira mai la sua presenza. Lo Spirito Santo non si separa mai dalla nostra anima: anche alla morte, la comunione con Dio rimane. Sapere che Dio ci accoglie per sempre nel suo amore diventa sorgente di serena fiducia". Frère Roger

Dal Vangelo secondo Giovanni
(Gv 6,37-40)

In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno.
Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno».

IL COMMENTO DI DON NAZZARENO MARCONI. Il problema di Giobbe non è una domanda generale sul significato della sofferenza, ma un interrogativo molto più personale e crocifiggente: "perché soffro? Perché dovrò morire?". La risposta che i suoi amici gli ripetono con insistenza è: "perché tu hai peccato". Giobbe, certo della sua innocenza non può accettare quella che sembra una risposta troppo semplicistica. Che almeno la sua protesta d'innocenza sia tramandata ai posteri, come una lapide incisa che spinga altri a riflettere. Da parte sua la speranza non è però finita del tutto. La sua fede, anche se messa a dura prova tuttavia sussiste e non può accettare l'assenza di Dio. Giobbe si rifiuta di credere che Dio lo condannerà ingiustamente. E' certo che l'ultima parola, quella del giudizio definitivo, spetterà al suo "redentore", che si farà arbitro tra lui e i suoi accusatori e gli renderà infine giustizia. Ma quando si compirà questa promessa? Il testo antico testamentario, pur usando immagini molto truci, pensa ancora probabilmente ad una guarigione in extremis, quando ormai tutto sembra aver decretato la morte. Una fede nella resurrezione ed in una pienezza di vita eterna dopo la morte, giungerà solo dopo la predicazione di Gesù e soprattutto dopo l'esperienza dell'incontro con il Risorto. Ma nelle parole di Giobbe i cristiani hanno sempre trovato il modo migliore per esprimere la loro fede. Quello che è  significativo ed in cui l'esperienza cristiana della vita eterna può riconoscersi è che al centro di tutto ci sarà l'incontro con Dio. Giobbe potrà vederlo coi suoi occhi, incontrarlo personalmente.

LA SPERANZA VERA. Giobbe ci testimonia una speranza che supera ogni ostacolo, e che rifiuta ostinatamente di vedere in Dio un tiranno. Un Dio amante dell'uomo e della vita non può limitarsi a donarci una vita finita, limitata sofferente. La vita eterna non è solo la risposta al desiderio dell'uomo, ma è anche il dono più coerente che un Dio amore ed amante della vita può farci.

L'AMORE DI DIO. Un tale amore del Padre è stato non solo rivelato da Gesù, ma come Paolo annuncia ai Romani, ci è stato "provato" quando il Padre, pur essendo noi ancora peccatori, ci ha donato il Figlio che è morto per noi. Tutta la vita di Gesù è stata, fino alla sua morte ed oltre la morte, la rivelazione luminosa di quanto sia grande e generoso l'amore del Padre. Gesù lo ha ribadito a chiare lettere, ci dice infine S. Giovanni nel vangelo di oggi. La volontà di Dio che Gesù è venuto a rivelare è una volontà di salvezza che non dimentica nessuno e non vuol perdere nessuno. La speranza cristiana, che guarda oltre la morte nella certezza che la vita non è perduta ma trasformata, e che i nostri fratelli li ritroveremo nell'amore del Padre, si fonda su questo amore infinito. Il Padre non ci dà la vita per togliercela di nuovo; non ci fa godere della luce per poi ricacciarci ancora nelle tenebre. L'ultima parola non è della morte: ultimo, sulla polvere di ogni storia umana si alzerà, a manifestarne senso e valore, il Redentore.

Il commento è di Don Nazzareno Marconi

- 31 Ottobre 2009

Articolo scritto da Fabiana Chini
Redazione TevereNotizie.com

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