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EDITORIALE
Quando l’Amore ci conquista in quello stesso momento sta seminando anche il seme del dolore
Commentando la mia recensione al libro "Legami d'amore" di Maria Rosa Nuvoletta pubblicata qualche settimana fa su TevereNotizie, due lettrici riprendevano una parte del testo per chiedersi: quanto dura un dolore? Il tono era un po' amaro, lasciava intravedere un'attesa, la voglia di voler oltrepassare un momento in cui i sorrisi tardano ad affiorare sul viso. Ma torniamo a soffermarci sulla domanda e proviamo ad immaginare una risposta che vada bene per tutte le situazioni.
QUANTO DURA UN DOLORE? Facile, direte voi, dipende dal dolore. Vero, la puntura di una vespa provoca un dolore intenso ed immediato, ma in fondo di breve durata. Un braccio rotto è ben più doloroso, ma dopo l'ingessatura si scorda. Adesso tutte le madri penseranno al dolore del parto come punta massima di sofferenza fisica, eppure, anche il dolore del parto si dimentica: il cervello fa in modo che di esso non rimanga che una vaga impressione, la nuova vita che nasce porta con sé anche l'oblio del dolore che l'ha generata. Ci sono dolori fisici che durano anni, alcuni se li portano dietro per buona parte della loro vita, però esistono farmaci, terapie del dolore, esistono speranze. Quindi il dolore fisico è come un temporale, forte ma breve.
IL DOLORE DEL CUORE: LE FERITE DELL'ANIMA. Ma quanto dura il dolore del cuore? Quanto fa male una ferita dell'anima? Non riesco e non voglio cercare di immaginare il dolore per la perdita di un figlio, la lacerazione della propria anima, lo squarcio insanabile che rappresenta per la vita di un genitore. Il cuore, non sanguina, non si rompe, eppure il dolore provocato dai suoi tormenti è così intenso da lasciarci storditi, così assoluto da non lasciare spiragli nel buio, da spegnere da voglia di respirare. Un dolore così può nascere solo da un sentimento altrettanto devastante, altrettanto assoluto, l'Amore, e non a caso lo scrivo con l'iniziale maiuscola. Ma quando l'Amore ci conquista con i suoi colori, quando ci ammalia con le sue lusinghe, quando ci tormenta con sogni e desideri, in quello stesso momento sta seminando anche il seme del dolore, che quasi inevitabilmente arriva e si porta via colori, lusinghe, sogni e desideri. E ci lascia in cambio notti insonni, giornate vissute nella nebbia, ci lascia un presente troppo lento da trascorrere ed un domani che spaventa. E la paura che non passerà mai. Ed io credo che sia così, non passerà mai. Certo, si migliora, si prova a ricostruire quel puzzle smontato che è diventata la nostra vita, un pezzo alla volta, cercando quell'incastro che darà di nuovo forma leggibile alle giornate passate tra lacrime e troppi perché senza risposta. Ed anche quando il pezzo di pietra che è diventato il cuore ricomincia a scrollarsi via il ghiaccio e la polvere, anche quando possiamo di nuovo guardare una luna piena senza vederci dentro il viso di una persona, anche quando il passato sarà "passato" ci sarà sempre una cicatrice a ricordo di quel dolore, come un segnalibro fermo sempre nella stessa pagina.
LE CICATRICI DELLA VITA: LE RISPOSTE. Ogni gioia, ogni dolore lascia un solco, su quei solchi è incisa la nostra vita e, come in un vecchio Lp di vinile, ogni giro della testina diffonde suoni nell'aria, sempre la stessa musica anche se la riportiamo indietro. A cambiare, invece, siamo noi, la nostra sensibilità, la nostra voglia di ascoltare vecchie canzoni o di spegnere il giradischi ed incidere nuove melodie. Un dolore del cuore dura tanto, troppo, ma bisogna saperlo accogliere, ripulirlo, affinché possa essere anch'esso nutrimento dell'anima, fertilizzante per i frutti che verranno. A qualche perché troveremo una risposta, ne abbiamo tante dentro di noi, basta saperle cercare e trovare, altre domande non avranno risposta e saranno sempre d'intralcio con quei punti esclamativi troppo rumorosi. Ma non è sempre tempo di domande senza risposta, a volte è più semplice mettere un punto, voltare pagina e cominciare a scrivere una nuova storia.
di Roberto Grande
- 16 Marzo 2010
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In un articolo del 1986 Madre Teresa di Calcutta, una donna che io adoro, scriveva che oggi il male del secolo non è tanto il cancro ma la solitudine: La sofferenza fisica è atroce, dolorosa perchè ci fa soffrire e tutti possono guardarla e alleviarla in qualche modo. Ma quella sofferenza interiore... quel dolore che sentiamo dentro e che non si può raccontare... la solitudine....io trovo che sia il male peggiore. Sentirsi indesiderati, non amati, abbandonati. E' una sofferenza terribile questa perchè resta nascosta dentro di noi e nessuno viene a curarla. Ha ragione però Roberto quando ci invita ad accogliere il dolore in ogni sua sfaccettatura perchè tutto quello che ci viene nel male e nel bene, se sappiamo accoglierlo con serenità, non avremo mai nemici, mai paura, mai odio. il dolore è una palestra di vita che ci insegna a ridimensionarci e ci migliora. Il dolore ci fa guardare il mondo da un'angolino dove a volte restiamo soli e dimenticati ma io non ho paura perchè so che il mio cuore mi scalderà anche se sarò sola.
Commento inviato il 08-10-2010 da marianna salvàti
E' vero Roberto ci sono vari tipi di dolore, ma certe ferite sono eterne e le sue lacrime diventano un fiume che sollevano la propria barca al di sopra degli scogli, delle secche portandoci in un luogo nuovo, in un luogo migliore. Benvenuti nel clan delle cicatrici, l'unico di cui rivendico l'appartenenza.
Commento inviato il 26-05-2010 da Maria Rosa Nuvoletta
attraversare il dolore, viverlo, poi c'è il ricordo della persona delle cose belle ke sicuramente avrà dato se parliamo di dolore e di amore! se il dolore lo attreversi veramente, lo elabori e butti via ciò che è brutto lasciandoti delle belle emozioni ogni qualvolta qualcosa ti riporterà con la mente indietro!
Commento inviato il 27-03-2010 da marialucia dell'aquila
io credo che il dolore, alla fine, si debba vivere tutto. nel momento in cui avviene lo strappo la reazione più logica sarebbe quella di fuggire, perchè è il cuore che non vuole soffrire o vedere. o forse è l'istinto di sopravvivenza. Non saprei. Certamente, però, ho imparato che il dolore va guardato negli occhi, subìto e affrontato, se ci si riesce. Ed ho anche imparato che per quanto si cerchi di fuggire il dolore resta lì con noi, non va via. E ritorna. A volte sono piccole folate di vento gelido, altre volte sono ondate che ci scuotono e ci spingono di nuovo nell'abisso. Alcuni giorni spero che passi per sempre, ma poi mi accorgo, così come dici tu, che la cicatrice c'è. e non se ne potrà mai andare. e che capiteranno cose che faranno sì che la cicatrice, sempre quella, torni a pulsare. ma è allora che mi rendo conto che se anche la cicatrice resta, io non sono più la stessa. Che affrontare quel dolore mi ha cambiato. E adesso sono più pronta ad affrontare nuovi dolori...o i nuovi amori che verranno. Grazie per le tue parole. Cate.
Commento inviato il 16-03-2010 da cate