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EDITORIALE

Un volo di cinque piani e l'ultima "grande guerra" di Monicelli si è conclusa

Uno dei grandissimi del cinema italiano è morto suicida all'ospedale San Giovanni di Roma. “Un estremo scatto di volontà che bisogna rispettare”, il commento del Capo dello Stato Giorgio Napolitano

Nella foto il regista Mario Monicelli

Nella foto il regista Mario Monicelli

Il maestro Mario Monicelli si è gettato dalla finestra dell'ospedale san Giovanni di Roma, dove era ricoverato, presso il reparto Urologia, per un male incurabile. È morto suicida, figlio di un suicida e figlio di un destino che ha scelto di scrivere da solo. Del suicidio di suo padre aveva detto: "La vita non è sempre degna di essere vissuta, se smette di essere vera e dignitosa non ne vale più la pena". Se ne va senza lasciare alcun biglietto, senza giustificare in alcun modo il suo gesto. Forse ha voluto lanciare un estremo messaggio o magari ha voluto soltanto morire, ma da grande regista qual'era ha optato per il colpo di scena.

IL MAESTRO. La storia di un Paese in crisi. La storia di un uomo che vive da quando l'Italia era uno Stato appena fatto e aveva voglia di gridare e dire no! La storia dei tempi che cambiano e degli uomini resi immortali dalla macchina da presa. La storia di tutto quello che è stato, ma non è più e di tutto quello che avrebbe potuto ancora essere, ma che non ha mai avuto il coraggio di diventare. Mario Monicelli era il Maestro, il talento puro, uno di quelli che ha dato lustro ad uno stato intero: il nostro. Assieme a questo grande regista, tra i più grandi della storia, se ne va un concetto, un modo di cogliere gli aspetti base della vita e tramutarli in esilaranti battute dal gusto che più amaro non si può. Aveva quell'innata capacità di mettere in luce le caratteristiche più basse della natura umana: i giochi sporchi; gli scherzi che non si fanno; i tradimenti, e riusciva a farlo senza mai perdere di vista il punto essenziale, senza mai dimenticare che in fondo a tutti gli uomini c'è sempre e comunque l'anima. Sarà difficile, adesso, rivedere uno dei suoi film, anche quelli più divertenti e non versare una lacrima di commozione e non sentire un brivido lungo la schiena. E non potrà mai smettere di essere un grande onore, appartenere alla stessa Italia di questo super uomo. Un duro dal genio smisurato e dal cuore troppo tenero.

NESSUN FUNERALE: "RICORDATELO PER I SUOI FILM", IL MONITO DEL NIPOTE. La bara di Monicelli ha sostato per qualche ora in piazza Madonna dei Monti dove è stata accolta da una folla di romani. Dopo di chè ha viaggiato fino alla Casa del Cinema, dove resterà fino a giovedì tra le note di un'orchestrina e sotto un maxischermo su cui verranno proiettati tutti i suoi film. Alla fine il corpo verrà cremato, nel pieno rispetto delle sue volontà. Niccolò Monicelli, il nipote, ha chiesto che si smetta di usare l'aggettivo "tragica" accostato alla morte del nonno: "Non è una tragica fine. È un uomo che ha vissuto. Mi sembra che di messaggi ne abbia lasciati tanti. Ricordatelo per i suoi film".

I CAPITOLI ECCELLENTI DELLA SUA MAESTOSA CARRIERA. Con il Maestro hanno raggiunto l'olimpo attori come TotòVittorio GassmanAlberto SordiUgo TognazziMonica Vitti e Nino Manfredi. E allora qualche titolo per ricordarlo un'ultima volta: "La grande guerra" (1959), interpretato da Alberto Sordi e Vittorio Gassman, vincitore del Leone d'Oro al Festival del Cinema di Venezia e nominato all'Oscar quale miglior pellicola straniera. Prodotto da Dino De Laurentiis, è considerato uno dei capolavori della storia del cinema italiano e straniero. "L'armata Brancaleone" (1966), considerato uno dei più grandi successi del cinema italiano del dopoguerra. Alla sua uscita nelle sale divenne subito campione d'incassi, raccogliendo i consensi entusiastici ed unanimi della critica e collezionando numerosi premi internazionali. "Amici miei" (1975), a cui seguiranno gli atti II e III. Nel film ha origine il termine "supercazzola" utilizzato nel gergo comune per indicare un giro di parole privo di alcun senso, fatto allo scopo di confondere le idee al proprio interlocutore. "Il marchese del Grillo" (1981). Nella Roma papalina del 1809 il marchese Onofrio del Grillo, nobile romano alla corte di Pio VII, trascorre le sue giornate nell'ozio più completo, frequentando bettole e osterie, coltivando relazioni amorose clandestine con popolane e tenendo un atteggiamento ribelle agli occhi di sua madre e della parentela conservatrice e autoritaria.

Ciao Maestro. Non sarai dimenticato e la tua arte vivrà per sempre come simbolo dell'italianità più genuina e pura.

di Stefano Papalia

- 30 Novembre 2010

Articolo scritto da Stefano Papalia
Redazione TevereNotizie.com

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