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LA RISCOPERTA DEI CLASSICI

“Cent’anni di solitudine”: perché lo stare soli parte dall’anima, passa per il cuore e arriva alla mente

“…il primo della stirpe è legato ad un albero e l’ultimo se lo stanno mangiando le formiche”

Quest'estate, con i miei amici, abbiamo deciso di fare un viaggio con destinazione Europa. Una volta giunti all'aeroporto, siamo entrati in libreria alla ricerca di un'avventura, quando ad un tratto ho letto: "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez. Non solo non avevo mai letto quel libro, ma non avevo mai letto nulla dell'autore sudamericano. Amici e conoscenti mi avevano parlato spesso di questo romanzo, alcuni con amore sconfinato e altri, addirittura, con le lacrime agli occhi. Più volte mi era venuto il desiderio di leggerlo, ma non lo avevo fatto mai. Adesso il libro era lì, sotto i miei occhi, a pochi centimetri dalle mie mani, dovevo solo decidere di iniziare il volo verso un mondo nuovo e a detta di tutti fantastico! Uscito dalla libreria avevo il libro sottobraccio, mi sentivo bene ed emozionato. Era impossibile aspettare ancora, quindi, ho cominciato subito a leggere la storia che mi avrebbe tenuto col fiato sospeso e gli occhi lucidi fino al volo di ritorno.

IL ROMANZO "CENT'ANNI DI SOLITUDINE". È una di quelle storie che non t'aspetti, di quelle che ti arrivano addosso senza accorgertene e poi t'intrappolano nella loro trama fatta di follia e, insieme, di realtà. E' la storia di un paese di nome Macondo e di una famiglia di nome Buendìa che durano 100 anni e poi muoiono. E' la storia degli uomini e delle loro guerre assurde, narrata con gli occhi di chi avrebbe voluto viverle solo da lontano. E' la storia di coloro che potranno essere anche in mezzo a mille, ma resteranno per sempre soli perché sono soli nella parte più profonda dell'anima, perché di essere soli sentono il gran bisogno. A metà romanzo il lettore si sveglia per un attimo e torna nella sua realtà, perché sente la mancanza della gente attorno e gli manca l'aria. Poi s'immerge di nuovo in questo paese fatto di nulla e lontano da tutto, che è toccato solo di sfuggita dalle storie del mondo; tutto ciò che arriva a Macondo, infatti, è romanzato, offuscato, lontanissimo. Così per i suoi abitanti diventa assurdo ciò che per tutti è normale ed è comico ciò che per tutti è tragico. Ogni cosa, ogni nuovo personaggio, ogni grande evento colpisce sempre e comunque i Buendìa, la famiglia più ricca, più potente, più disgraziata, più invidiata, più scacciata e più sola di tutto il paese. E' inevitabile finire con l'identificare Macondo nei Buendìa, e proprio alla fine, all'ultima pagina del romanzo, ci sarà la loro simbiosi perfetta.         

LA TRAMA. Tutto inizia con Josè Arcadio Buendìa, il capostipite, e sua moglie Ursula che convincono altri ad andare con loro per tirar fuori dal nulla un nuovo villaggio e chiamarlo Macondo. Tutto finisce nell'istante in cui l'ultimo Buendìa riesce a decifrare tutte le pergamene dello zingaro Melquìades: "il primo della stirpe è legato ad un albero e l'ultimo se lo stanno mangiando le formiche". Tra loro scorrono lenti 100 anni, e anche di più, si susseguono guerre e paci, piogge torrenziali che sanno di eterno e mesi di arida siccità, progresso e regresso, ricchezze avide e paurose miserie e alla fine tutto torna là da dove era partito.

LA SOLITUDINE DELL'ANIMO. Intere generazioni intrecciate nello stesso inesorabile destino, punite dai suoi stessi scherzi e per gli stessi errori, perché come ripete sempre Ursula, la madre centenaria di tutti i Buendìa, "il mondo gira intorno" alla sua famiglia "e lo  farà senza fermarsi mai, fino alla fine". E tutt'intorno, per tutto il tempo, vi si legge la solitudine, quella irreparabile, quella fatta di paure, quella che non si può toccare con le mani, ma solo con le corde dell'anima. Un'intera storia, un'intera famiglia che in cento anni non fa altro che affogare nella più cupa desolazione, nell'esclusione dal mondo, nella voglia di farla finita. Questo capolavoro insuperato e insuperabile, che è valso al suo autore il Premio Nobel, narra di cuori e animi in tumulto, in cui la favola si mescola con una realtà ad alta tensione, in cui le solitudini inarrestabili ed eterne di eroi maschili destinati per nascita alla sconfitta s'intrecciano con le solitudini più solide e sensate dei personaggi femminili. Su tutto e tutti si erge la figura del colonnello Aureliano Buendìa, il primo uomo nato a Macondo, "colui che promosse trentadue insurrezioni senza riuscire in nessuna, che ebbe diciassette figli maschi e glieli uccisero tutti, che sfuggì a quattordici attentati, a settantatrè imboscate e a un plotone di esecuzione, per finire i suoi giorni chiuso in un laboratorio a fabbricare pesciolini d'oro", nella solitudine, che tra tutte, fu la più cupa e profonda.

di Stefano Papalia

Titolo:     Cent'anni di solitudine
Autore:    Gabriel Garcia Marquez
Genere:   Romanzo
Editore:    Classici Mondatori
Pagine:    404
Prezzo:    9,00 €

- 12 Settembre 2009

Articolo scritto da Stefano Papalia
Redazione TevereNotizie.com

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