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EDITORIALE

Copyright e internet: storia di una relazione difficile

Cosa significa oggi difendere i produttori di cultura

Questa è una strana ed appassionante storia, una storia che oggi si fa vecchia di quasi vent'anni e che coinvolge temi di straordinaria importanza sociale di interesse collettivo su scala mondiale, nonostante possa apparire come legata solamente a questioni settoriali o peculiari del mondo del lavoro e dell'intrattenimeto. Questa storia, se vogliamo a tutti i costi trovare un inizio che vada bene a tutti e che contenga un valore simbolico importante, comincia nel 1999, anno in cui venne rilasciato Napster, e la vicenda che ne derivò. Siamo in un periodo in cui ancora non è nemmeno diffusa l'adsl, in cui gli utenti di internet sono ancora relativamente pochi e gli stessi contenuti online sono ancora nella fase "uno punto zero". Napster era un software di file-sharing che consentiva agli utilizzatori di eseguire il download di grandi quantità di files col meccanismo della "condivisione" e del peer to peer. Fu il primo sistema di peer to peer di massa e il famoso processo che seguì fu molto discusso. La questione era ovviamente legata al diritto d'autore e alla violazione dello stesso che era continuamente perpetrata dagli utilizzatori del programma. Quella vicenda ebbe un finale assai poco romantico, Napster fu dapprima chiuso su ordinanza di un giudice e successivamente acquistato da una multinazionale nel tentativo di convertirlo in un sistema a pagamento poi fallito. Dopo Napster, come un un virus fuori controllo, continuarono a nascere programmi analoghi sempre più complessi che consentivano lo stesso meccanismo di "scambio privato tra utenti privati" di contenuti, e assai difficilmente controllabili da parte delle autorità. I contenuti di cui parliamo erano al tempo sostanzialmente files musicali, col progressivo allargamento della  banda e dell'adsl i contenuti divennero poi film, softwares e file d'ogni genere e misura. Da lì in poi l'evoluzione non si arrestò più e si diffuse anche lo streaming e altre forme di questa strana "condivisione" che violava le leggi e progressivamente uccideva il mercato discografico e impoveriva il cinema. Il web via via era diventato la terra del sogno, della libertà e della condivisione, del libero scambio e della libera informazione, nacquero i concetti di "copyleft" e di "opensource", fenomeni come Wikipedia, e l'utente individuale come centro di tutto, la fine del concetto del "filtro" di qualsivoglia genere. Il collegamento diretto tra te e il mondo senza intermediari. Oggi tutti questi concetti molti dei quali rivoluzionari ci costringono a fare i conti con loro. Se non esisterà più una enciclopedia in tutte le famiglie sulla quale i bambini e i ragazzi studiano per fare le loro ricerche è a causa di Wikipedia che quindi sarebbe l'assassino della Treccani e colleghi vari che non vendono più un libro, ma questo ci porta altrove ed è utile solo a ricordare quanto tutto sia mutato e quanto ancora può mutare. I cambiamenti sono così rapidi che c'è tutto un mondo che ci ruota attorno che fatica a stargli dietro.

Ora il tema fondamentale di cui parliamo è la violazione del diritto d'autore. Il convegno che si è svolto a Roma presso la biblioteca della Camera dei Deputati l'8 giugno scorso ha tentato di affrontare questo complesso tema sotto ogni punto di vista con la partecipazione preziosa di un ricco cartello di relatori, composto da rappresentanti delle istituzioni da una parte e rappresentanti dell'industria musicale come di altri settori del lavoro legati al diritto d'autore dall'altra, uniti insieme far fronte all'annoso problema della lotta alla pirateria e la relativa tutela e salvaguardia del diritto d'autore. Ora chi vi scrive, nella veste di fruitore vorace di contenuti coperti da diritto d'autore e conosce bene e da tempo il problema, è in accordo con tutto quanto ascoltato al convegno, che va in qualche modo risolto. Quel che è oggetto del contendere riguarda le possibili strade per arrivarci. Se da una parte concordo con i discografici quando affermano che la legislazione è in clamoroso ritardo nel dare una risposta efficace a questo problema, dall'altra ritengo che il ritardo è anche loro. L'industria musicale non ha compreso quello che stava accadendo, salvi rari casi, ed ha avuto un atteggiamento corporativo nella tutela dei propri interessi prima che di quelli degli autori e ha sempre auspicato ad una conservazione rigorosa dello stato dei fatti, aspettandosi forse da parte del legislatore un massiccio comportamento repressivo tale da spegnere completamente il fenomeno e lasciare le cose esattamente com'erano. Non è andata così.

Mi preme chiarire che l'iniziativa del convegno, è stata comunque lodevole e piena di significati, in quanto un così diretto e ampio confronto che include tutte le parti in causa avviando un vero dibattito costruttivo, è quantomai indispensabile per cominciare a capire di più...per cui ben venga e speriamo dia i suoi frutti. La pirateria produce danni enormi agli autori e su questo non si può che essere d'accordo, ma altrettanto vero è che aldilà della stessa pirateria c'è un mutamento di scenario talmente grande che deve costringere tutti a rivedere le proprie posizioni ed adeguarle al mondo che è cambiato. In questo, lo ripeto, l'industria è in ritardo quanto e più della legge. Immaginare il mercato discografico come era fatto 15 anni fa è oggi anacronistico e quasi folle. Io ero ancora un adolescente quando non esisteva la rete e c'era già un virulento dibattito sul costo dei compact disc e su quale dovesse essere il "giusto prezzo" di un contenuto culturale come quello. Ad oggi, l'unico fenomeno di massa che produce cifre importanti e che funziona tutelando il diritto d'autore non solo degli artisti ma anche dei programmatori di softwares ad esempio, è iTunes di Apple.

Ora è ovvio che non ci si può attenere ad un solo ed unico modello, ma la strada è con ogni probabilità quella, ed è la risposta ad oggi più efficace anche al tema del "giusto prezzo". Io personalmente amo la musica in modo viscerale e sono felice di acquistare un brano o un album sapendo che sto pagando una persona o un gruppo di persone che col loro lavoro mi regalano delle emozioni. Sono felice come quando acquisto un libro che mi insegna qualcosa o utilizzo un software che mi semplifica la vita. E' fondamentale e giusto che tutte queste persone possano vivere del proprio lavoro. Ma altrettanto fondamentale è comprendere che probabilmente qualcosa è cambiato e il ruolo più in pericolo ed in bilico è proprio quello dell'industria e della sua intermediazione oggi non più fondamentale. Oggi posso creare un brano a casa mia e col mio computer o i miei strumenti registrarlo e metterlo in rete in vendita, senza dover parlare con nessuno e raggiungere direttamente e senza filtri l'utente che lo acquisterà. Questo meccanismo fa si che l'industria deve adeguarsi all'idea di avere un ruolo di secondaria importanza e di conseguenza l'idea che la gallina dalle uova d'oro è morta e che forse è ora di fare un lavoro normale con un guadagno normale. Questa è la tutela del diritto d'autore oggi. Un autore deve essere pagato per quello che crea, per la cultura che genera e che è la fonte più importante della ricchezza di un popolo. Ciò non significa più che debba avere attorno quattordici intermediari per raggiungere i propri acquirenti. Che siano preoccupati gli autori è perfettamente legittimo e sono loro che vanno tutelati, che siano preoccupati i discografici e i distributori e le centinaia di intermediari che hanno guadagnato miliardi sugli autori, mi pare meno legittimo e forse loro sono i primi a dover mettersi il cuore in pace e fare un passo indietro. Difendere gli autori oggi, non significa difendere anche tutto il gigantesco baraccone che ruotava intorno a loro un tempo e che per buona parte ha fatto il suo tempo. 

Ricordo artisti come Prince o David Bowie che da pionieri scavalcarono l'industria per vendere le loro opere direttamente sul web. Mi piace anche ricordare che già negli anni ottanta, Frank Zappa il cui genio musicale è noto a tutti, teorizzò qualcosa di incredibilmente simile a quello che sarebbe diventato anni ed anni dopo iTunes. Viene da pensare che uno dei genietti della Apple si sia ispirato alle parole del maestro che sosteneva proprio la secondarietà del ruolo degli intermediari e si proponeva di eliminare il supporto fisico del disco e degli enormi costi che comporta, vendendo musica ad un prezzo molto più basso ed accessibile e "giusto" attraverso la rete telefonica e la tv via cavo raggiungendo direttamente milioni di fan. Mi fa molto piacere apprendere che oggi l'industria si sia svegliata  perchè ha le tasche vuote e spero tanto che abbia compreso che non può più riempirsele fino a scoppiare come ha cercato di fare in passato con la conservazione a tutti i costi di quel che era. Mi fa altresì piacere che il legislatore studi oggi gli strumenti adatti a combattere la pirateria e a tutela del diritto d'autore, distinguendo tra il ragazzino che scarica un brano e il portale che inonda la rete di contenuti. Ma anche in questo caso è una sveglia tardiva; mi piace ricordare che fino ad ora l'atteggiamento è stato il medesimo dell'industria, volto cioè a preservare e conservare reprimendo indistintamente, e non adeguandosi per trovare le necessarie nuove forme. Ricordo che quando mutarono una semplice parola nel testo della legge sostituendo "lucro" con "profitto", agirono nella direzione opposta al quel distinguere di cui parlano oggi. Come si è visto, quel tipo di atteggiamento non ha portato alcun frutto in termini di numeri. In questo senso, l'intervento più equilibrato mi è parso quello del segretario generale dell'AgCom Roberto Viola che ha spiegato come perseguire chi commette violazioni sul modello americano del "Safe Harbour". L'AgCom ha scelto di non occuparsi e non perseguire il privato cittadino, ma di perseguire quelli che mettono a disposizione di quest'ultimo dei contenuti in violazione del diritto d'autore. La grande difficoltà che c'è in questo tema, ed è a mio parere la più grande, è la differenza di leggi tra differenti nazioni. La rete è globale e le leggi sono locali. In questo senso anche una più saggia normativa europea sarebbe auspicabile ed importante.

Il danno della pirateria riguarda anche il cinema di cui si è parlato meno, ma non è certo meno importante. Oggi è necessario combattere ed oscurare quando è il caso, chi agisce violando massicciamente il diritto d'autore, mettendo a disposizione musica, film, libri, softwares e ogni contenuto che sia frutto di un lavoro, spesso artistico, ma comunque creativo e culturale. Per far questo è inimmaginabile una "restaurazione" che guardi al passato ed è invece necessario studiare le forme possibili per garantire gli autori e fruitori. L'onorevole Monica Baldi, nel suo interessante intervento, ha anche illustrato un esempio singolare e col quale ha palesato il suo totale disaccordo, quello del Brasile che, pare, si appresta a creare un enorme database di contenuti culturali, musica su tutti, a disposizione gratuita dei propri cittadini. Ora non conosco alcun dettaglio dell'idea, certo appare come minimo stravagante che uno Stato agisca "contro" gli interessi dei propri creativi, ma non mi pronuncio in quanto l'argomento non è stato sviscerato e sarebbe indispensabile averne conoscenza profonda. Ma lo spunto che mi ha offerto questo argomento val bene una possibile proposta che butto lì senza troppe pretese: non potrebbe il nostro amato Paese pensare a qualcosa di simile che però contempli la tutela dei nostri italianissimi autori e il relativo giusto compenso? Se esistesse un sito che mette a disposizione tutti i brani e gli album di tutti gli artisti italiani, dai più noti ai più sconosciuti, in forma gratuita ma dietro pagamento annuale di una iscrizione al portale o una tassa in bolletta, per cui un utente si iscrive, paga e sa che ogni anno ha diritto a fruire - in streaming o download che sia - di tutta la musica italiana esistente, quanti milioni di iscrizioni frutterebbe? Certo, magari queste iscrizioni-tasse potrebbero non essere sufficienti a remunerare correttamente gli autori. E allora veniamo al secondo punto: quanto potrebbe fruttare in termini di pubblicità un sito con un numero di accessi che si può facilmente immaginare come gigantesco? E con gli introiti pubblicitari e quelli delle tasse, non sarebbe possibile riuscire a pagare gli autori e tenersi anche il resto? O, non è possibile ad esempio abbassare ulteriormente il costo di un singolo download dai famosi 99 centesimi di iTunes a 9 centesimi per esempio? Val la pena studiare qualcosa del genere nei termii economici? Uno Stato che si preoccupi dei suoi artisti, può mettere in campo la forza necessaria a tutelare i diritti e soddisfare anche i bisogni dei fruitori? Io sono certo che un qualunque cittadino che ami la musica e ne faccia "uso", sarebbe lieto di pagare una tassa annuale o mensile di piccola entità, magari nella stessa bolletta del fornitore del servizio adsl, che però gli assicura di poter liberamente fruire di tutta la musica italiana esistente. E sono altrettanto sicuro che questo ucciderebbe il peer to peer per la sola fatica che ci vuole nell'avventurarsi in download illegali col rischio di sanzioni, e per contenuti di scarsa qualità.

Ricapitolando: correggiamo le leggi e puniamo severamente i pirati, creiamo un immenso portale-database di tutta la musica italiana esistente, fruibile in streaming o in download, facciamo pagare in bolletta a tutti i cittadini che abbiano un abbonamento ad internet una tassa sul diritto d'autore che andrà a retribuire gli stessi autori nella misura loro spettante per il numero di download dei loro brani, e ove insufficiente, utilizziamo gli introiti pubblicitari che genererebbe il portale sempre per retribuire gli autori. Tutto questo per permettere ai cittadini di fruire di tutta la musica italiana ad un costo irrisorio per i cittadini tanto da scoraggiarne l'avventura pirata e con la migliore retribuzione possibile per gli autori. Quanti milioni di abbonati hanno le varie Telecom, Infostrada, Fastweb, Tiscali, Vodafone, H3G, e altre ancora per servizi fissi e mobili? Se facciamo pagare a questi milioni di utenti un euro al mese o quel che è in bolletta consentendo però loro di scaricarsi l'ultimo disco di Vasco Rossi o Lucio Battisti degli anni '60 per il nonno, sarebbero contenti di pagare? E' inoltre una piattaforma che dà spazio ad infinite varianti e formule per aumentare gli utili. Sei un autore? Hai registrato e prodotto il tuo brano? Vuoi inserirlo nel database? Ok, fallo gratuitamente. Ma forse vuoi anche pubblicizzarlo invece che lasciarlo in coda a milioni di titoli? Ok allora tu autore, o chi per te se hai un etichetta, paghi e noi ti pubblicizziamo nella forma e nella misura in cui vuoi e ci divideremo gli utili in onesta percentuale. Credo che gli autori, gli intermediari e chiunque sta nel mezzo, avrebbero di che vivere se mettessero da parte l'ingordigia dei tempi che furono, credo che i cittadini fruitori sarebbero lieti di pagare un servizio che offre loro una così grande qualità, e credo che le baie dei pirati scomparirebbero lentamente. E' ovvio anche che gli autori di musica non guadagnano certo dalla sola vendita dei brani ma anche dai concerti e dal merchindising per cui credo che più bravi sono e più successo hanno, più possono continuare a coltivare il sogno della "star milionaria" indipendentemente dai download. Ed è ovvio che il discorso potrebbe allargarsi a film, softwares, libri digitali e quant'altro. E' imperfetto, visionario, necessita di troppe altre cose per verificarne la fattibilità? D'accordo, cominciate pure a discuterne. 

di Glauco Marino

- 16 Giugno 2011

Articolo scritto da Glauco Marino
Redazione TevereNotizie.com

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