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ENTUSIASMANTE PROVA DI FORZA, DI GRINTA E DI CORAGGIO
Nel 2006 conquista la Maglia Rosa, ma poco dopo si abbatte su di lui la bufera doping e la squalifica, che sconterà per intero. Oggi, nel 2010, torna al trionfo, torna campione
Un Giro fuori dal tempo, lontano da quello a cui il ciclismo moderno ci ha abituati. Una corsa a tappe che ha vissuto e si è nutrita di continui colpi di scena, di estremi capovolgimenti di fronte e di quanto mai inaspettate vittorie e sconfitte. Su tutto e su tutti ha dominato un nome soltanto, un uomo apparentemente comune, ma con una grinta sconfinata e rara. Un uomo che è stato capace di vincere prima di tutti contro sé stesso, di resistere alla tentazione di mollare la sua vita, di mollare la sua bicicletta, quando l'inchiesta doping lo ha investito e costretto a due anni di squalifica. Un uomo nato per pedalare agilmente sulle montagne impossibili, dove gli atri, rischiano di fermarsi o di cadere dalla sella. Il trionfatore unico di questo Giro d'Italia, di questa corsa accesa e furibonda, il nome che non ha fatto altro che riecheggiare sin dall'inizio, saltando da una bocca all'altra, riempiendo i sogni di tutti gli appassionati che volevano un italiano sul gradino più alto del podio, è lui, è Ivan Basso.
IVAN BASSO. È un talento, un fuoriclasse, lo è sempre stato. È temuto e, allo stesso tempo, stimato da tutti gli altri corridori. È, naturalmente, il capitano della sua squadra, la "Liquigas Doimo" ed è proprio grazie a questa che ha potuto controllare il Giro. "Il ciclismo è uno sport molto strano, uno sport individuale in cui la squadra ha un ruolo fondamentale", così capita che corridori come Cadel Evans, l'attuale campione del mondo, molto forte in tutte le prove presenti in un grande corsa a tappe, ma senza una squadra all'altezza, deve rinunciare a salire sul podio, perché da soli è difficile gareggiare contro qualcuno che può contare su una decina di compagni fidati e fortissimi.
LA STORIA DI UN CAMPIONE SULLA STRADA E NELLA VITA. Ha vinto il suo primo Giro d'Italia nel 2006 e tutti lo davano come grande favorito anche per la vittoria del Tour De France, la più importante e più famosa gara ciclistica a livello mondiale. Ma il giorno prima dell'inizio veniva escluso dagli organizzatori perché indagato per doping. L'accusa era quella di aver utilizzato sostanze proibite per la preparazione atletica a quella stessa competizione. Un'indagine che si è chiusa e poi riaperta e a quel punto, il corridore varesino, ha scelto di fare qualcosa che nessuno prima di lui aveva mai fatto, collaborare con la giustizia sportiva, ammettendo di aver fatto uso di tali sostanze. La condanna è stata una squalifica di due anni, nei quali non avrebbe dovuto partecipare a nessuna corsa ciclistica. In quel periodo si è sottoposto ad allenamenti ai limiti dell'umano. Si è allenato quasi per punire sé stesso, per lottare contro i sensi di colpa che lo attanagliavano. La sua famiglia, la moglie e i figli Santiago e Domitilla, sono stati la sua rinascita, la sua capacità di tornare a lottare. "Tutti i miei tifosi, tutti quelli che hanno creduto in me, è anche per loro se sono ancora qui", ha detto.
È solo una delle tante storie che riempiono il mondo, ma lascia qualcosa, un messaggio importante, un esempio vincente di verità e giustizia: tutti sbagliano e poi sbagliano ancora, ma c'è anche qualcuno capace d'imparare dai propri errori e ricominciare tutto da capo.
di Stefano Papalia
- 30 Maggio 2010
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