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LA CONFERENZA NELL'UNIVERSITA' ROMA TRE

Errori giudiziari e detenzioni all'estero: il Blocco Studentesco ospita Parlanti

Oggetto dell'incontro le difficoltà giudiziarie degli stranieri

Da sinistra: L'avv. Carnicelli, Carlo Parlanti e l'avv. Faraon (Foto: Il. Mis.)

Da sinistra: L'avv. Carnicelli, Carlo Parlanti e l'avv. Faraon (Foto: Il. Mis.)

ROMA – Errori giudiziari, condizioni detentive e aspetti politico-istituzionali della carcerazione di italiani all’estero, sono stati al centro della partecipata conferenza dal titolo “Il caso Parlanti, nove anni in carcere da innocente” organizzata dal Blocco Studentesco, nel primo pomeriggio di ieri nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Roma Tre.

IL CASO PARLANTI. Davanti ad un aula gremita da più di duecento studenti, ha aperto la discussione Rolando Mancini responsabile del Blocco Studentesco a Roma Tre, presentando brevemente il caso e le tematiche della conferenza. In particolare Mancini si è soffermato sulla questione delle condizioni detentive “al limite dei diritti umani, anche in Paesi paladini della democrazia come gli Usa” dove Parlanti era detenuto e dove ha contratto l'epatite C. La parola è poi passata a Carlo Parlanti che ha ripercorso le tappe della vicenda che lo hanno portato a essere processato e, successivamente, a scontare 9 anni nel carcere di Avenal in California, in seguito alle accuse di stupro e sequestro di persona avanzate dall'ex convivente, già dichiarata instabile da un tribunale californiano dopo la separazione dal precedente marito. Parlanti ha parlato del processo e delle sue difficoltà nel farsi assistere dagli avvocati, in particolare della difficoltà incontrate nell’acquisire la documentazione medica avanzata dalla signora White. Difficoltà che lo hanno spinto a effettuare due scioperi della fame, e a ricusare gli avvocati statunitensi per far fare una perizia in Italia su tali documenti. “Ero scioccato dell’essere trovato colpevole” afferma l'uomo parlando delle palesi contraddizioni nella deposizione della sua accusatrice, riscontrate per altro anche dai media che seguivano il caso. Parlanti ha poi illustrato le anomalie per cui è finito in carcere sulla base di un’ accusa, e non di successive indagini, citando il rapporto dei poliziotti che avevano raccolto la denuncia in cui si negava la presenza di segni sulla donna; segni di ecchimosi, definite evidenti, apparsi poi in perizie mediche di molti mesi dopo.

LE CONDIZIONI CARCERARIE. La durezza del regime detentivo appare evidente nel tono della voce di Parlanti, nonostante il tentativo di “evitare di lamentarsi e fornire dei dati statistici”. In particolare cita una sentenza della Corte Suprema americana che riconosce il “livello disumano dell’assistenza sanitaria nelle carceri” in particolare nei grandi complessi californiani e texani, come quello di Avenal. “La diffusione di malattie infettive ha in questi centri una crescita esponenziale - ha detto Parlanti - solo per l’Aids parliamo di cinque volte di più rispetto alla popolazione non detenuta”. Parla inoltre del livello di violenza e della “deumanizzazione costante” cui vengono sottoposti i detenuti, descrivendo l’abbigliamento dei secondini come quello che in Italia “consideriamo tenuta antisommossa”.

L’ASSOCIAZIONE PRIGIONIERI DEL SILENZIO. Il caso Parlanti ha dato l’impulso per la nascita di una onlus con l’obiettivo di assistere i detenuti e le loro famiglie all’estero. Ne parla l’avvocato Francesca Carnicelli, spiegando che il fine principale dell’associazione “Prigionieri del silenzio” è quello di fare luce sulle difficoltà incontrate dai connazionali detenuti all’estero derivanti da limiti linguistici, dallo scarso interessamento dei consolati nell’assistenza legale, e dalla solitudine che spesso questo provoca, aggravata dalla distanza dalle famiglie. “Il nostro fine è quello di garantire la verifica del diritto alla difesa, di cui il consolato dovrebbe farsi carico” ha detto l'avvocato. In particolare secondo la Carnicelli, il Consolato dovrebbe assicurarsi di fornire non solo interpreti, ma “interpreti qualificati, in grado di capire e spiegare le sfumature legali ai loro assistiti”. Rincara la dose l’avvocato Faraon, dell’associazione internazionale “Vittime di errori giudiziari” citando altri casi drammatici, da lui seguiti, in cui la scarsa cura della questione linguistica ha portato a clamorose condanne. Faraon ha fatto notare che “difficoltà simili si riscontrano anche in Italia per gli stranieri”. Gli avvocati fanno inoltre riferimento agli atteggiamenti discriminatori cui va incontro il detenuto straniero: “se non incide sulla condanna o meno, l’essere incarnazione di uno stereotipo del tipo italiano, quindi stupratore, di sicuro incide fortemente sulla durata e sulle condizioni detentive” ha precisato l'avvocato Carnicelli.

LE DOMANDE DEGLI STUDENTI. A conclusione della conferenza è stato lasciato spazio agli studenti per fare alcune domande. A Parlanti viene chiesto se pensa che il processo sarebbe stato diverso se fosse stato americano e cosa lo spinga a continuare la battaglia presso la Corte dei Diritti Umani per riaffermare la sua innocenza. “Se fossi stato americano avrei patteggiato” afferma Parlanti spiegando che il 99,3 per cento dei processi americani finisce così su spinta degli avvocati e raccontando delle tre proposte ricevute “3 anni con il 50 per cento di sconto della pena, quando già avevo scontato undici mesi in Germania e sette in Califonia, praticamente un biglietto aereo per tornare a casa”; l'uomo ha infine raccontato di aver ricevuto l’appoggio e la fiducia incondizionata della famiglia e della fidanzata “senza di loro mi sarei arreso”.

dell'inviata Ilaria Misantoni

Roma - 17 Aprile 2012

Articolo scritto da Ilaria Misantoni
Redazione TevereNotizie.com

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