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70 ANNI FA NASCEVA FABRIZIO DE ANDRE'

Una vita sospesa sulle corde di una chitarra: l’eco di Faber, tra musica e parole

Omaggio ad uno dei più significativi cantautori italiani

Fabrizio De André

Fabrizio De André

"E come tutte le più belle cose/vivesti solo un giorno come le rose" (La canzone di Marinella, F. De André). In realtà sono trascorse all'incirca 59 primavere nella vita di Fabrizio Cristiano De Andrè, prima che un cancro lo strappasse al suo mondo fatto essenzialmente di musica, parole e poesia. Non si definiva un poeta, ma un "cantautore per precauzione". Eppure in molte delle antologie scolastiche di letteratura sono state inserite alcune delle sue canzoni, ritenute delle vere e proprie poesie. Personaggio riservato e musicista colto, capace di far combaciare nelle sue opere le più svariate tendenze alle diverse ispirazioni. Non viveva di presunzione ma di un' umile saggezza che riversava anche nella sua musica audace e senza schemi da seguire...egli stesso affermava:" Ho sempre dato molto poco peso alla virtù e non ho mai capito bene perché si debba trovare tanta colpa nell'errore. Anche perché non sono ancora riuscito a capire, dopo cinquanta anni di vita, cosa sia esattamente la virtù e a cosa corrisponda l'errore. Direi che non ho nessuna verità assoluta e mi trovo quindi nell'impossibilità di conseguire a me stesso e a voi qualsiasi tipo di certezza. L'unica cosa che spero di potervi dare è qualche piccola emozione".

LA MUSICA "ETERNA" DI DE ANDRE'. La musica di De André è una musica "eterna", che non svanisce nel ricordo del tempo, ma ancora oggi persevera nella memoria delle persone, passa dalle vecchie alle nuove generazioni senza guardare in faccia a niente e a nessuno, liberamente, un po' come lo stesso De André faceva con le corde della sua chitarra."De André non è stato mai di moda. E infatti la moda, effimera per definizione, passa. Le canzoni di Fabrizio restano" (Nicola Piovani).

UNA VITA SOSPESA SU UN FILO DI EMOZIONI E MUSICA. Il 18 febbraio 1940, nel quartiere genovese di Pegli, in via dei De Nicolay 12 (dove oggi è stata posta una targa in sua memoria), venne alla luce Fabrizio Cristiano De André. Secondo genito di una famiglia appartenente all'alta borghesia dell'industria cittadina, visse inizialmente a Revignano d'Asti, luogo dal quale la famiglia era originaria e dove fu costretta a vivere in seguito alla guerra, perchè il padre Giuseppe, vicesindaco repubblicano antifascista di Genova, era ricercato dai fascisti. Qui il piccolo Fabrizio, insieme alla mamma e al fratellino Mauro (maggiore di quattro anni) trascorse gran parte della sua infanzia. Fu qui che il piccolo "Bicio" (come l'avevano soprannominato) imparò a conoscere i segreti genuini della vita contadina, integrandosi serenamente con il luogo e con i contadini del posto, che lo amarono fin da subito. Proprio qui il piccolo Bicio manifestò la sua iniziale passione per la musica, tanto che un giorno la madre lo trovò in piedi su una sedia, intento a dirigere un brano sinfonico a mo' di direttore d'orchestra. Solo nel dopoguerra (1945) tornò a vivere nella Genova, città traumatizzata dalla guerra e testimone diretta della contrapposizione tra cattolici e comunisti, talvolta entrambi rigidi e bigotti. Frequentò le scuole elementari in un istituto privato diretto dalle suore Marcelline, ma il suo spirito ribelle e anticonformista fu il motivo principale per cui i genitori lo iscrissero alla scuola statale, l'Armando Diaz. Nel 1948 i genitori, constatata la sua predisposizione alla musica, decisero di fargli studiare il violino con il maestro Gatti, il quale fin da subito individuò una vena talentuosa nel giovane De André. Tre anni più tardi iniziò a frequentare la scuola media dei Gesuiti dell'Arecco, ma è solo nel '54 che l'adolescente Fabrizio, attraverso lo studio con il maestro Alex Giraldo, scoprì l'amore per la chitarra: lo strumento che lo accompagnerà sempre nella sua futura carriera di cantautore (non a caso lo stesso De André  scriverà più tardi, in una delle sue più belle e famose canzoni - "Amico fragile" - : "...pensavo è bello che dove finiscono le mie dita / debba in qualche modo incominciare una chitarra"). Solo nel '56, all'età di sedici anni, De André decise di accostarsi alla canzone francese, quella trobadorica medievale; tanto che il padre, di ritorno dalla Francia, gli regalò due 78 giri di George Brassens, del quale l'ancora acerbo musicista cominciò a tradurre alcuni testi. Seguirono poi gli studi ginnasiali, liceali ed infine quelli universitari (frequentò infatti la facoltà di Giurisprudenza) presso l'università di Genova, interrotti a sei esami dalla laurea. Due anni più tardi il suo approccio con la musica francese, nel '58, esce il suo primissimo disco ("Nuvole Barocche"), seguito da altri eventi a 45 giri, ma la svolta artistica si avrà diversi anni più tardi, quando Mina gli inciderà "La Canzone di Marinella", che si tradurrà in un enorme successo. Tra il '66 ed il '78 incise una serie di dischi importantissimi: "Tutto Fabrizio De André", "Volume I (Fabrizio De André)", "Tutti morimmo a stento", "Volume III" e poi ancora "La buona novella" (un album importante che interpreta i valori cristiani trattati nei Vangeli apocrifi), "Non al denaro, né all'amore,né al cielo", "Storia di un impiegato" (una storia che racchiude in sé più livelli di lettura, attingendo dalla filosofia e dalla storia del pensiero libertario), "Volume VIII" (al quale collaborò Francesco De Gregori) e "Rimini" (sorto dalla forte delusione di De André per le vicende degli ultimi anni settanta, in particolare con la rottura delle idee del sindacato). Tra gli amici di gioventù, che hanno inciso fortemente sul condizionamento artistico di De André, sono da ricordare alcuni nomi noti nell'ambito dello spettacolo italiano come Gino Paoli, Luigi Tenco e Paolo Villaggio (il quale fu amico del cantautore fin dall'infanzia e fu proprio lui a soprannominarlo amichevolmente "Faber"). La prima moglie di De André fu una ragazza di famiglia borghese, Enrica Rignon (detta "Puny"), con cui concepì il primogenito, Cristiano, e dalla quale si separò a metà degli anni Settanta. Nel '74 si legò a Dori Ghezzi (che sposerà 15 anni più tardi), la quale, tre anni dopo la loro unione, gli diede una figlia, Luisa Vittoria (detta Luvi). Fu nel 1979 che il cantautore genovese, insieme alla compagna, visse un momento di lunga angoscia che durò quattro mesi. Fu, infatti, sequestrato dalla sua villa di Tempio Pausania dall' "Anonima Sarda" (nome con cui si definisce il collettivo delinquenziale responsabile di eventi criminali, verificatisi in Sardegna a partire dal Settecento, ma sviluppatisi specialmente intorno agli anni '60 del Novecento). Un evento che lo segnò profondamente, ma per il quale non si fece mai sopraffare dal rancore per i suoi sequestratori, tanto che che subito dopo la liberazione, dichiarò: "Noi ne siamo venuti fuori, mentre loro non potranno farlo mai". E ancora: "Durante il rapimento mi aiutò la fede negli uomini, proprio dove latitava la fede in Dio. Ho sempre detto che Dio è un'invenzione dell'uomo, qualcosa di utilitaristico, una toppa sulla nostra fragilità... ma, tuttavia, col sequestro qualcosa si è smosso. Non che abbia cambiato idea ma è certo che bestemmiare oggi come minimo mi imbarazza". Dopo un paio d'anni dalla liberazione, il cantautore scrisse l' "Indiano" (1981), dove la tematica dell'oppressione dei colonizzatori è fortemente marcata in un parallelismo diretto tra la cultura dei pastori sardi e quella dei nativi d'America. Ma la consacrazione internazionale arriva con "Creuza de ma", nel 1984, dove il dialetto ligure e l'atmosfera mediterranea raccontano la realtà del porto, tra colori e odori. L'opera fu così incisiva che segnò fortemente la carriera di De André, tanto che l'album fu considerato una pietra miliare per l'allora esordiente "World music" italiana; fu premiato dalla critica come miglior album dell'anno e del decennio. Rappresentò anche un'importante crescita nello stile di De André, tanto che lui stesso espresse la volontà di non cantare più in italiano, ma in dialetto genovese. Quattro anni più tardi De André sposa la compagna Dori Ghezzi e affronta un periodo di crisi in ambito artistico, tanto che arriva a pensare di collaborare con altri artisti, come Ivano Fossati (con il quale però lavorerà più tardi) o con Vasco Rossi (il quale, secondo l'artista genovese, aveva un lato Rock che a lui mancava).  Da questa crisi riemergerà solo nel '90, incidendo insieme alla collaborazione di Mauro Pagani ed Ivano Fossati, "Le Nuvole" (titolo ripreso dall'omonima opera di Aristofane) che allude ai potenti che, come le nuvole appunto, oscurano il sole. Sei anni dopo, Faber, inciderà quello che sarà il suo ultimo album: "Anime salve", incentrato sul tema della solitudine e per il quale sarà presente ancora una volta l'artista Fossati. Dal '90 al '96 il "Grande Poeta" (come l'hanno soprannominato dopo la sua morte gli esponenti dell'alta borghesia) collaborò, dunque, con molti artisti importanti, non solo con Fossati e Pagani, ma anche con nomi di spicco come Francesco Baccini, i "Tazenda", Max Manfredi, Teresa De Sio, Ricky Gianco, i "New Trolls" e con il figlio Cristiano. Nel 1996 Faber collaborò con Alessandro Gennari alla scrittura di un libro "Un destino ridicolo", dal quale dodici anni più tardi Daniele Costantini ha tratto il film "Amore che vieni, amore che vai". Due anni dopo, nel '98, fu l'anno in cui De André si esibì per l'ultima volta in una tournée in varie località italiane, tra cui la Calabria dove ancora una volta il suo spirito libero e mordace fece scalpore per una dichiarazione inerente alla 'ndrangheta e alla disoccupazione: "Se nelle regioni meridionali non ci fosse la criminalità organizzata probabilmente la disoccupazione sarebbe molto più alta". Si trattava di una provocazione voluta, l'ultimo "scandalo" suscitato da un artista che nel corso della sua carriera ha spesso fatto scalpore sfidando le "buone maniere" della classe borghese di cui, ironia della sorte, faceva parte. Il cantautore genovese, fautore di opere che ancora oggi possono definirsi "salve", non è riuscito a salvare se stesso dalla persecuzione del suo più grande nemico, il cancro, così l'11 gennaio 1999 , il Grande Poeta si spense per sempre. Fu seppellito nella cappella di famiglia nel cimitero di Staglieno, un momento che richiese grande partecipazione da parte di tutti, all'incirca diecimila persone, esponenti dello spettacolo, della politica e della cultura, amici e conoscenti o semplicemente fan di un'artista senza tempo. Di quel momento particolarmente toccante, il suo caro amico di infanzia Paolo Villaggio dichiarò: "Io ho avuto per la prima volta il sospetto che quel funerale, di quel tipo, con quell'emozione, con quella partecipazione di tutti non l'avrei mai avuto e a lui l'avrei detto. Gli avrei detto: «Guarda che ho avuto invidia, per la prima volta, di un funerale»". 

LE EMOZIONI ED I SENTIMENTI DELLA MUSICA DEL GRANDE POETA. La musica di Faber è un eterno divenire, nasce e risorge ogni volta, senza smettere di essere. "Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile". E' un continuo ritornello del tempo nelle menti delle persone che, attraverso il ricordo, perpetuano l'arte di un'artista, un poeta, che ha dedicato se stesso alla musica. Una musica ribelle, proprio come lui. La sua musica è densa di tematiche particolarmente vicine alle problematiche della società: la solitudine, la morte, l'amore, la pace, la politica, la religione. Tematiche costantemente presenti nella vita di tutti sottoforma di sentimenti e di ideali, in continua evoluzione per ogni attimo dell'esistenza umana. Tematiche che hanno fatto delle opere di De André un vero e proprio testamento spirituale, un contenitore dov'è possibile ritrovare ogni volta la sua anima ancora viva,libera, intatta e non incisa dallo scorrere del tempo. La sua musica è la musica di "chi viaggia in direzione ostinata e contraria col suo marchio speciale di speciale disperazione, chi tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità" .

FABER E LA FEDE.  Fabrizio De André, all'interno del suo vasto repertorio, ha toccato molte corde importanti, tra cui la fede. I suoi testi sono tutti improntati ad una personale e distaccata visione della vicenda cristiana e, a tratti, da una certa spiritualità. Tuttavia non riconducibili ad una vera professione di fede. " Non intendo cantare la gloria né invocare la grazia e il perdono di chi penso non fu altri che un uomo come Dio passato alla storia" (cantava in una delle sue celebri canzoni "Si chiamava Gesù"). La figura di Gesù, secondo il punto di vista "faberiano" è priva della sua caratteristica divina, ma, al contrario, assume i connotati umani di un "rivoluzionario" in favore degli ultimi, dei reietti. Il fatto che, secondo lui, Gesù fosse "il più grande rivoluzionario della storia", fu uno dei motivi che lo spinse a rimarcare l'aspetto umano della figura del Cristo, la Sua umana, terrena e rivoluzionaria vocazione "rivoluzionaria", lo portava a cantare anche di Lui.

RIFLESSIONI PERSONALI SUL MITO DI "FABER". De André, come molti cantautori che hanno fatto la storia della musica italiana, è una figura che costantemente lascia il segno attraverso un connubio efficace di parole e musica. E' un ponte tra il passato e la mia generazione, una finestra dalla quale osservare il mondo sotto un'altra ottica e assaporare i valori che ognuno di noi è libero di cogliere. Apprezzare i sentimenti e le conquiste interiori di chi, a modo suo, ha lasciato un'impronta ricca ed evidente nel nome di una libertà interiore che ciascun essere umano può ritrovare nei comuni sentimenti, come l'amore stesso, fa parte della nostra esistenza, fa parte di noi. Molto spesso con difficoltà riusciamo a comprenderne il significato vero e proprio. Perché in fondo, siamo essere incomprensibili, un po' come cantava Faber in una delle sue canzoni, che personalmente annovero tra i suoi capolavori più belli: "Da chimico un giorno avevo il potere / di sposare gli elementi e di farli reagire, / ma gli uomini mai mi riuscì di capire / perché si combinassero attraverso l'amore. /Affidando ad un gioco la gioia e il dolore". Un chimico, un cantante, un poeta, un idealista, un amante, un artista, un uomo: questo era Fabrizio De André, "morto in un esperimento sbagliato proprio come gli idioti che muoion d'amore". Io non l'ho mai conosciuto, ma ho visto la sua anima attraverso le sue parole!

di Fabiola Cianci

- 18 Febbraio 2010

Articolo scritto da Fabiola Cianci
Redazione TevereNotizie.com

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condivido pienamente le tue riflessioni personali...non so in passato ma oggi tutti mi sembrano arrivisti senza concentrarsi a ciò che li circonda, basterebbe così poco per per potersi dare una mano a vicenda anche, anzi soprattutto nella quotidianità...tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole e la luce del giorno si divide la piazza tra un villaggio che ride e te lo scemo che passa.....[Non al denaro non all'amore nè al cielo - un matto (dietro ogni scemo c'è un villaggio)]....Un saluto.

Commento inviato il 04-03-2010 da Elio Conserva

2.

...bellissimo....Tantissimi auguri a Faber, che ci ha lasciati ma in realtà è nella nostra mente, nel cuore, nell'anima..grazie mille a Faber perchè CAMBIA LA VITA a chi sa ascoltarlo! Gli fai onore con questo bell'articolo!un bacio grande

Commento inviato il 18-02-2010 da Martina

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