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PAROLA DEL SIGNORE

Il Vangelo di domenica 14 gennaio 2018

Il commento della II Domenica del Tempo Ordinario di Padre Ermes Ronchi

Concepire la propria vita come vocazione e incontro personale con Cristo equivale così a soddisfare le domande esistenziali dell'uomo e le turbative che da sempre hanno intralciato la serenità dell'uomo, ossia gli interrogativi sul senso della vita. Chi sono? Da dove vengo? Qual è il mio posto nel mondo? Che essi alberghino nell'uomo è già dimostrazione fondata dell'esistenza stessa di Dio, poiché senza un Ente trascendente non avrebbero valore; che lo spirito umano possa darvi risposta solamente nella rivelazione gratuita e spontanea di Dio che “abita” in noi e che determina ogni passo del nostro cammino equivale a vivere la vita nell'ottica della vocazione, quindi a perseguire la vera, ineluttabile, felicità. Vivere la vocazione vuol dire tuttavia atteggiarsi. Solo la certezza della chiamata di Dio (appunto la vocazione) ci dà la sicurezza di essere stati concepiti sin dall'eternità per essere destinati innanzitutto alla vita eterna; solo la sicurezza di non essere abbandonati alla fatalità e al caso ci offre la garanzia di avere un destino di salvezza anche quanto al nostro futuro, sia anteriore che immediato e solamente la consapevolezza di essere sempre stati amati ci dà il sollievo che siffatto futuro è un progetto di amore. Cercare come a tentoni la verità di noi stessi è vano e controproducente, cercarla invece in Colui che si è fatto uno di noi, questo è esaltante perché essa ci si offre come dono. A condizione che la si guardi con fiducia omettendo ogni refrattarietà. (commento di Padre Gian Franco Scarpitta)

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,35-42

In quel tempo, Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli
e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!».
E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?».
Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro.
Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)»
e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)».

IL COMMENTO DI PADRE ERMES RONCHI: "LA CHIAVE DEL CUORE, CHE APRE ANCHE LA PORTA DEL REGNO". Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Le prime parole di Gesù che il Vangelo di Giovanni registra sono sotto forma di domanda. È la pedagogia di quel giovane rabbi, che sembra quasi dimenticare se stesso per mettere in primo piano quei due giovani, quasi dicesse loro: prima venite voi. Amore vero mette sempre il tu prima dell'io.
Anche all'alba di Pasqua, nel giardino appena fuori Gerusalemme, Gesù si rivolgerà a Maria di Magdala con le stese parole: Donna, chi cerchi? Le prime parole del Gesù storico e le prime del Cristo risorto, due domande uguali, rivelano che il Maestro dell'esistenza non vuole imporsi, non gli interessa stupire o abbagliare o indottrinare, ma la sua passione è farsi vicino, porsi a fianco, rallentare il passo per farsi compagno di strada di ogni cuore che cerca.

CHE COSA CERCATE? Che cosa cercate? Con questa domanda Gesù non si rivolge all'intelligenza, alla cultura o alle competenze dei due discepoli che lasciano Giovanni, non interroga la teologia di Maddalena, ma la sua umanità. Si tratta di un interrogativo al quale tutti sono in grado di rispondere, i colti e gli ignoranti, i laici e i religiosi, i giusti e i peccatori. Perché lui, il maestro del cuore, fa le domande vere, quelle che fanno vivere: si rivolge innanzitutto al desiderio profondo, al tessuto segreto dell'essere. Che cosa cercate? significa: qual è il vostro desiderio più forte? Che cosa desiderate più di tutto dalla vita? Gesù, che è il vero maestro ed esegeta del desiderio, ci insegna a non accontentarci, insegna fame di cielo, «il morso del più» (L. Ciotti), salva la grandezza del desiderio, lo salva dalla depressione, dal rimpicciolimento, dalla banalizzazione.
Con questa semplice domanda: che cosa cercate? Gesù fa capire che la nostra identità più umana è di essere creature di ricerca e di desiderio. Perché a tutti manca qualcosa: infatti la ricerca nasce da una assenza, da un vuoto che chiede di essere colmato. Che cosa mi manca? Di che cosa mi sento povero?
Gesù non chiede per prima cosa rinunce o penitenze, non impone sacrifici sull'altare del dovere o dello sforzo, chiede prima di tutto di rientrare nel tuo cuore, di comprenderlo, di conoscere che cosa desideri di più, che cosa ti fa felice, che cosa accade nel tuo intimo. Di ascoltare il cuore. E poi di abbracciarlo, «di accostare le labbra alla sorgente del cuore e bere» (San Bernardo). I padri antichi definiscono questo movimento: il ritorno al cuore: «trova la chiave del cuore. Questa chiave, lo vedrai, apre anche la porta del Regno» (San Giovanni Crisostomo). Che cosa cercate? Per chi camminate? Io lo so: cammino per uno che fa felice il cuore.

Il commento al Vangelo è di Padre Ermes Ronchi

12 Gennaio 2018

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