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PAROLA DEL SIGNORE

Il Vangelo del 25 dicembre 2009 - Natale del Signore

Il commento della Messa del Giorno di monsignor Francesco Lambiasi

Il Prologo del Vangelo di Giovanni è probabilmente il brano più bello dei Vangeli. Si tratta di un inno cristologico che riassume tutto il pensiero tematico dell'opera dell'evangelista, la quale ha una struttura letteraria a "spirale". Giovanni, con sguardo d'aquila, limpido e penetrante, inizia e il suo scritto con l'origine di Gesù in Dio, lo prosegue con la Sua vicenda storica esaltando la Sua natura divina e lo termina con il ritorno di Gesù nell'Eternità. Gesù è il Verbo di Dio, cioè la Parola completa di Dio, l'autentica Sapienza resa visibile, forza che crea, rivelazione che illumina e Persona  che vivifica. Egli è generato eternamente dal profondo del Dio Amore; Dio e Gesù si amano e si comunicano amore a vicenda. Verso la fine del Vangelo, al capitolo 17, nel bellissimo discorso che fa agli Apostoli nel Cenacolo prima della Passione, Gesù prega Dio chiedendo la salvezza dei credenti di ogni epoca con le parole che sono la sintesi della sua missione,: "Io ho fatto conoscere loro il Tuo Nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro" (17,26). Buon Santo Natale!

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,1-18

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l'hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.

IL COMMENTO DI MONSIGNOR FRANCESCO LAMBIASI. Natale: dalla storia alla vita. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. "Fratelli carissimi - sono parole di s. Agostino - il Signore nostro Gesù Cristo, di tutte le cose eterno creatore, oggi nascendo da una madre si è fatto nostro salvatore. È nato per noi oggi nel tempo liberamente, per introdurci eternamente alla vita del Padre. Dio si è fatto uomo, perché l'uomo diventasse Dio. Perché l'uomo mangiasse il pane degli angeli, il Signore degli angeli si è fatto uomo".  Ma come avviene questo misterioso e meraviglioso scambio? Attraverso questi passaggi: dalla storia di Gesù alla parola, dalla parola al sacramento, dal sacramento alla nostra storia.  

IN PRINCIPIO, L'EVENTO. Il Natale non è una favola; è una storia. È vero che i vangeli non ci riportano la data precisa della nascita di Gesù, ma non conosciamo nemmeno quella di Giulio Cesare, di Carlo Magno, di Francesco d'Assisi, di Cristoforo Colombo. Sta di fatto che il genere letterario delle fonti evangeliche è tutt'altro che mitologico, come ad esempio quello adottato nella letteratura greca per la nascita del pelide Achille. Non è neanche un linguaggio agiografico o fiorettistico, come invece avviene di leggere nei vangeli apocrifi. Non ci è lecito accantonare lo scandalo dell'incarnazione. Il cristianesimo non è un pacchetto di dogmi, una tavola di precetti, un complesso di riti, un collage di parole edificanti o di pensieri citabili, una collezione di grandi idee o di valori immortali. Il cristianesimo poggia sulla roccia solida della storia. Essere cristiani non è aderire a un'idea, ma a una persona. Con l'incarnazione Dio stesso, nella persona di suo Figlio, ci si è messo nelle mani. Se perdiamo i contatti con questa storia, non riusciamo più a capire perché la linea del tempo sia stata spezzata in due (prima di Cristo - dopo Cristo) e perché in tutto il mondo anche i non cristiani continuino a contare gli anni proprio a partire da quel primo Natale. Addirittura rischiamo di ricordare un anniversario senza sapere se il personaggio sia realmente esistito: una sorta di festa di compleanno di... Robin Hood! Ecco invece come uno scrittore dichiaratamente non credente, J. Paul Sartre, nel Natale 1940 nel lager di Treviri, metteva in bocca a Maria accenti molto umani che dicono un saldo ancoraggio del mistero del Natale alle radici terrose della storia: "Questo è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. Egli è fatto di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Egli mi assomiglia. È Dio e mi assomiglia! Nessuna donna ha avuto in questo modo il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolissimo che si può prendere tra le braccia e coprire di baci, un Dio tutto caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e vive".  

DALL'EVENTO ALLA PAROLA. "Ciò che era fin dal principio" - l'evento - si fa parola per noi: "Ci è nato un bambino", abbiamo letto stanotte e abbiamo fatto eco all'annuncio dell'angelo, cantando: "Oggi è nato per noi il Salvatore". Come la fede ha bisogno della storia per assicurare l'oggettività della salvezza e non volatilizzarsi nell'ideologia, così è la fede stessa a collegare la storia di Gesù con la sua opera salvifica: "per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo". In altre parole: il farsi carne del Verbo divino è finalizzato a fare degli uomini dei veri figli di Dio. Tutto questo è detto dalla liturgia attraverso l'espressione del "mirabile-incredibile scambio (admirabile commercium)". Si tratta in primo luogo dello scambio misterioso e sconvolgente fra la ricchezza del Signore Gesù e la nostra povertà: "(Gesù Cristo) da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà" (2Cor 8,9). È inoltre uno scambio tra la sua libertà e la nostra schiavitù: "Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli" (Gal 4,4). S. Ambrogio si esprimeva icasticamente così: "Egli venne qui in terra, perché tu raggiungessi le stelle", che nello splendore dell'originale latino suona martellante: "ille in terris, ut tu in stellis". L'evento del Natale ci riguarda e si fa parola per noi: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito". A questa parola di un amore inaudito, al limite dello scandalo, si può rispondere solo con la fede. "La fede - scriveva Lutero, commentando il vangelo della Messa di Natale - non è soltanto che tu creda che questa storia è vera, come è raccontata. Questo non serve a nulla... Ma ecco la vera fede: credi fermamente che Cristo è nato per te, che la sua nascita è tua, è avvenuta per il tuo bene... L'angelo non dice soltanto: 'Cristo è nato'; ma 'per voi, per voi, egli è nato'. Bada dunque di appropriarti della sua nascita, bada di fare lo scambio con lui, in modo da liberarti della tua nascita e ricevere la sua".  

LA GRAZIA DEL NATALE. Siamo così passati dall'evento fuori di noi alla parola che esso contiene per noi. Ma come questa parola si fa a sua volta evento in noi, nella nostra vita? Attraverso il sacramento. Il testi liturgici lasciano trasparire con sufficiente chiarezza che il mistero celebrato a Natale non è una pura commemorazione e neanche la sacra rappresentazione di un fatto accaduto in un passato ormai remoto. È un "memoriale", ossia la ri-presentazione di un evento che mantiene intatta la sua attualità salvifica e dispiega tutta la sua pienezza di grazia. Il canto all'Alleluia: "Un giorno santo è spuntato per noi" rivela che la celebrazione cristiana è il "qui-ora", in cui la salvezza ci raggiunge nell'oggi della nostra storia. La liturgia attualizza l'evento e fa sì che la nascita di Gesù, nel suo significato di inserimento del Figlio di Dio nella storia umana, avvenga nell'oggi dell'assemblea celebrante, in quanto "siamo rigenerati come figli di Dio", "condividiamo la vita divina del Figlio", "siamo trasformati nel Cristo Figlio di Dio". Attraverso il sacramento, l'evento-parola si rende presente in noi. "La nascita di Gesù a Betlemme non è un fatto che si possa relegare nel passato. Dinanzi a lui infatti si pone l'intera storia umana: il nostro oggi e il futuro del mondo sono illuminati dalla sua presenza" (Giovanni Paolo II, TMA 6). Purtroppo si ha un'idea devozionale della liturgia natalizia - come un "dovere di pietà" - o una concezione funzionale - come una preghiera per passare bene la festa - e non come azione personale di Cristo, e quindi come un reale incontro con lui. Quanti cristiani rinuncerebbero alla più solenne celebrazione liturgica, pur di vedere Gesù camminare per le strade, rivolgersi ai suoi discepoli, incontrare malati e peccatori. Senza rendersi conto che il massimo di contatto con Cristo avviene proprio attraverso i sacramenti della Chiesa: "Non per via di specchi né per mezzo di enigmi, ma faccia a faccia ti sei mostrato a me, o Cristo, e io nei tuoi sacramenti trovo te", pregava S. Ambrogio.  

UN CUORE SEMPLICE. Resta da compiere l'ultimo passaggio, quello dal rito alla vita, dal sacramento al comportamento, dall'in noi della liturgia agli atteggiamenti della vita, alle scelte che dipendono da noi. Si tratta di avere gli "stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù". A questo punto, più che tante parole, può forse servirci una delicata storia di Natale. Tra i pastori che accorsero nella notte santa ad adorare il Bambino ce n'era uno tanto povero che non aveva proprio nulla da offrire e si vergognava molto. Giunti alla grotta, tutti facevano a gara a offrire i loro doni; Maria non sapeva come fare per riceverli tutti, dovendo reggere il Bambino. Allora, vedendo il pastorello con le mani libere, prende e affida a lui Gesù. Avere le mani vuote fu la sua fortuna. Potrebbe essere anche la nostra: farci trovare con il cuore povero e semplice di un bambino, proprio come dirà un giorno lo stesso Dio che si è fatto bambino: "Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli" (Mt 18,3). Che sia davvero così il nostro Natale!

Il commento è di di mons. Francesco Lambiasi
tratto da "Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi" Ave, Roma 2009

23 Dicembre 2009

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