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L'AVVOCATO RISPONDE

Una analisi sul panorama del diritto di famiglia: tra civil partnership, matrimoni gay ed adozioni da parte di omosessuali

Che intenzione ha il nostro Legislatore riguardo l’affido condiviso?

Nelle ultime settimane si è riacceso, semmai si fosse sopito, il dibattito sulle “civil partnerships” e sull’adozione da parte di coppie dello stesso sesso, e, su questa scia, sono avvenute le prime trascrizioni, in alcune città italiane, di matrimoni tra omosessuali celebrati all’estero, con tanto di conseguenti risvolti giudiziari.
Il tutto condito dall’idea di divulgare, in alcuni asili italiani, dei fumetti nel tentativo di spiegare già ai bambini di 3-4 anni la possibile esistenza di “altri tipi di famiglie”, oltre a quella “tradizionale”.
Questo merita attenzione, per carità: queste realtà, oggettivamente, esistono e non vedo il male nel dar loro una regolamentazione. Certamente, molte riserve nascono, personalmente, riguardo la possibilità di adozione e/o di filiazione da parte di una coppia omosessuale, così come di definire giuridicamente (ed etimologicamente) “matrimonio” l’unione tra due persone dello stesso sesso.
Lo stesso attuale Governo, in realtà, pur aprendo alla possibilità di riconoscere dignità normativa all’unione tra due omosessuali, sulla scorta dell’esperienza tedesca, sembra ben lungi, però, dall’avallare l’eventuale adozione, da parte degli stessi, di un bambino: unica eccezione che, al momento, sembra al vaglio degli addetti ai lavori, sarebbe quella in cui, uno dei due genitori, fosse quello biologico (in tal senso, d’altronde, ha già fatto scalpore la sentenza del Tribunale per i Minorenni di Roma dell’estate scorsa).
Le forze politiche, insomma, fremono e dibattono intensamente su queste tematiche e la Chiesa, dal canto suo, sembra anch’Essa prendere atto della realtà “de qua”, come dimostrato dai lavori che hanno contraddistinto l’ultimo Sinodo.
Il tutto - si dice - per mettere l’Italia al pari di altri Paesi europei o, per meglio dire, per modernizzarla.
A livello morale, ognuno, naturalmente, è libero di esprimere la propria opinione al riguardo: a tutti noi, però, hanno insegnato, sin da bambini, che prima si impara a camminare, poi a correre.
In tal senso, fuor di metafora, mi chiedo se, oltre ad infiammarsi per questi temi - tralasciando, lo ripeto, qualsiasi giudizio morale -, non fosse il caso, innanzitutto, di affrontare e di sensibilizzare anche gli stessi bambini su situazioni decisamente più frequenti e, purtroppo, dolorose.
Ad esempio: prima di spiegare loro (ai bambini) la possibilità che un loro coetaneo possa avere due papà o due mamme, perché non abituarli al fatto che ne esistono diversi, invece, di loro coetanei con due genitori eterosessuali ma…separati? E che magari questi stessi loro coetanei potrebbero essere accompagnati, o ripresi, a scuola oggi dalla mamma col nuovo compagno, domani dal papà con la nuova compagna?
E perché non promuovere, al riguardo, una nuova cultura, anche in termini linguistici, che tenga conto del fatto che, nel sempre più frequente fenomeno delle “famiglie allargate”, un bambino si può trovare ad essere fratello (o sorella) di un altro bambino nato dalla nuova relazione di uno o di entrambi i suoi genitori naturali che si sono prima separati e poi “rifatti una vita”?
Perché, ancora oggi, è innegabile che, in Italia, vanno ancora in voga termini quali “fratellastro”, o sorellastra”, così come “patrigno” o “matrigna”, per indicare, appunto, le nuove figure “ibride” che si vengono a creare con le suddette “famiglie allargate”.
Ed allora, se davvero si volesse mettere il nostro Paese al pari degli altri, bisognerebbe introdurre una nuova mentalità terminologica e concettuale, in diversi settori del diritto di famiglia: quindi, nel caso concreto, bisognerebbe parlare di “step family”  così come definita nei Paesi anglosassoni (cfr. WebMD. "Teen Health: Living with a Stepparent", edizione del 5 maggio 2012: a stepfamily or blended family is a family where one parent has children that are not genetically related to the other parent. Either one or both parents may have children from a previous relationship. Children from a stepfamily may live with one biological parent and visit their other biological parent, or they may live with each biological parent for a period of time”), così come di “step-father”, “step-mother”,”step-brother”,”step-sister “, che suonano in maniera sicuramente più positiva (o, comunque, neutrale) dei loro “equivalenti” nostrani prima riportati.
Così come, sicuramente, bisognerebbe risolvere una volta per tutte l’annosa questione dell’affido condiviso, che mentre nei Paesi europei che si vuole imitare per alcune tematiche, è da anni applicato (e concretamente), in Italia stenta a prendere piede (ed, anzi, è sovente frutto di attentati legislativi): e ciò, nonostante questo istituto sia ormai universalmente riconosciuto come quello che permetterebbe ad un bambino di crescere il più equilibrato possibile, pur nella sventura di avere due genitori separati.
In tal senso, oltre a ricordare il parere del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi  (chi più “peritus” di esso, nel campo dei bambini?) espresso nell’audizione alla Commissione Giustizia dell’8 Novembre 2011 (che promuove in pieno l’affido materialmente condiviso), va assolutamente evidenziato il recente studio pubblicato sulla rivista dell'Associazione degli psicologi americani (APA) compiuto dalla dott.ssa Hildegunde Suenderhauf, che dopo aver preso in esame gli unici 50 studi sulle modalità di affido dei minori pubblicati tra il 1977 e il 2014 su riviste internazionali scientificamente riconosciute, ha concluso ribadendo l’assoluta positività dell'affido materialmente condiviso (l'articolo conclude testualmente: «In generale i risultati degli studi rivisitati in questo documento sono favorevoli ai piani genitoriali che bilanciano il tempo dei bambini piccoli tra le due case in modo il più uguale possibile. Il pernottamento dei bambini nella casa del papà non crea problemi, ma favorisce nei bambini la consapevolezza che l'accudimento è compito di entrambi i genitori e non di uno solo di loro -Warshak, 2014-»).
Ed allora, riprendendo il filo del discorso, non sarebbe più opportuno intervenire prima su queste tematiche, o, almeno, affrontarle con la stessa enfasi ed apertura mentale con la quale si discute su quelle da cui siamo partiti, favorendo una reale applicazione della normativa già esistente, promuovendone parallelamente il miglioramento?
Importanti segnali vi sono in tal senso: si veda il recente accordo stipulato, tra l’altro, tra il Tribunale di Perugia ed il corrispondente Ordine territoriale degli Avvocati http://www.figlipersempre.com/res/site39917/res683885_protocollo-11-novembre-2014.pdf), o l’istituzione, presso alcune importanti città del c.d. registro della bigenitorialità (ad es: Parma).
Ma si potrebbe e si dovrebbe fare di più, sia perché la legge ormai è in vigore dal 2006, sia perché, nel frattempo, vi sono tanti bambini che sono cresciuti e/o che continuano a crescere senza uno dei due genitori, quasi come fossero “orfani”- di fatto- di uno di essi, con tutte le conseguenze (negative) del caso.
Insomma, come già detto, prima di correre, dovremmo imparare a camminare. Ed alla svelta, visto che ormai gli altri Paesi sono adulti già da diverso tempo, ed in più di una occasione, proprio sulla mancata applicazione concreta dell’affido condiviso, ci hanno severamente bacchettato tramite la madre di tutte le Corti: quella Europea dei Diritti dell’Uomo.

Avv. Marco Valerio Verni

09 Dicembre 2014

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