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VIAGGI & REPORTAGE

Un giorno di vacanza al gusto amaro di passato

Un pullman da Cracovia al campo di concentramento pił triste e famoso della storia

Cosa non dirò: non vi parlerò di questo luogo partendo dalla sua collocazione geografica, non proseguirò parlando della sua storia, del perché è stato costruito, delle favole che i nazisti narravano a coloro che ci deportavano, e non concluderò dicendo quando è stato aperto, quanto tempo è stato attivo, quanti ebrei vi sono stati uccisi e poi bruciati. Non vi darò informazioni da libro di scuola, da enciclopedia, da guida turistica. Non è questo che voglio trasmettere, non è questo che ho provato e non è questo che si prova quando si sta lì. Perciò quello che leggerete saranno le emozioni negative, devastanti, tanto forti da non poter essere più dimenticate.

I SILENZI DI AUSHWITZ - Quando entri te ne accorgi, te lo senti subito sulla pelle. D'improvviso è tutto silenzio ed anche la guida che per lavoro parla, si ferma per un attimo ad ascoltare grida e rumori che un orribile passato non smette di lanciare. Allora dimentichi ogni cosa, problemi e preoccupazioni di sempre si rintanano in un angolo remoto; la mente per una volta si accorda col cuore e tutte le loro attenzioni si rivolgono a quello che sta intorno, a quello che soltanto gli occhi dell'anima possono vedere. D'un tratto riaffiorano i ricordi di pagine studiate solo a scuola e di scene viste in qualche film o nei documentari notturni della Tv nazionale. Ed è solo in quel momento che realizzi dove ti trovi, ti rendi conto d'essere appena entrato in uno dei momenti più buii che il mondo abbia mai dovuto affrontare. Auschwitz ti assorbe, ti toglie il fiato e le parole; e le espressioni diventano di colpo tutte uguali, impassibili; mentre gli occhi si perdono nel vuoto. Questo è l'effetto e non si cambia e non si discute. Non si può raccontare fino in fondo e il resto, quello che non si può scrivere, resta lì e nelle anime di chi lo vede, e di chi senza averlo mai vissuto se lo sente addosso come una seconda pelle, anche dopo esser andato via. Passano ore, giorni, mesi, a volte una vita intera, ma le immagini marchiate a fuoco nella memoria non svaniscono e ogni volta, senza scampo, con le immagini tornano le sensazioni.

ALL'ESTERNO APPARE COSI'... La guida te lo spiega, te lo ripete più volte perché sa che non puoi e non vuoi crederci. Quel campo di contenimento è stato ideato per impedire a tutti i suoi ospiti di capire cosa fosse realmente, "arbeit macht frei": il lavoro rende liberi, così sta scritto all'entrata del campo, con un'ironia di assoluta crudeltà. Oltrepassi il cancello e sei dentro un grande spiazzo pieno di piccoli palazzi tutti uguali, in cortina color rosso bordò; stessa forma, stessa grandezza. Tutti uguali tranne uno, lì stavano, e stanno, le docce; e vicino, nell'edificio accanto, separati solo da una parete, stavano, e stanno, i forni. Appare come un piccolo residence, molti gli spazi verdi, edifici bassi, tutto è curato, per il momento l'unica nota stonata sta nei chilometri di filo spinato, un tempo elettrificato, tutt'intorno al campo e tra i dormitori e le docce. E ad appesantire l'atmosfera, ci sono i cartelli con su scritto: "Vorsicht! Hochspannung, Lebensgefah": attenzione! alta tensione, pericolo mortale.

...MA POI ENTRI NEGLI EDIFICI ROSSO BORDO'. "Qui è severamente vietato fare foto e il silenzio deve regnare sovrano" così esordisce la guida, e lo dice col tono di chi non ammette repliche e di chi sa che nessuno ne farà. Si comincia dal basso, dalle cose più accettabili: alcune foto in bianco e nero di repertorio, degli antichi documenti con numeri e nomi di ebrei, delle mappe dei vari campi nazzisti. La guida è brava a tenere alta la tensione, il suo tono di voce è basso ed è quello tipico di chi sa cosa accadrà tra poco. Saliamo le scale, adesso stiamo al primo piano del primo edificio, entreremo in altri edifici, lo faremo senza parlare, senza sorrisi né lacrime; lo faremo ogni volta con un po' di rabbia in più nei confronti del genere umano. Una montagna di capelli umani grande tre stanze e alta due metri: i nazisti conservavano i capelli per fare tessuti. Una montagna di scarpe, ciabatte, stivali e scarponi: i nazisti li toglievano agli ebrei, perché potevano rivenderseli. Una montagna di valigie con i nomi dei proprietari scritti sopra: i nazisti facevano portare agli ebrei i beni più preziosi, promettendogli un posto migliore dove vivere, e poi rubavano tutto. Una montagna di spazzolini, pennelli per barba, rasoi: i nazisti privavano gli "ospiti" dei loro effetti personali. Una montagna di protesi in legno per gambe, braccia e bastoni: li privavano anche di questo, di cose così tanto importanti, gli toglievano ogni dignità, li uccidevano mentre erano ancora vivi. E ancora i barattoli di gas, ormai vuoti, che venivano utilizzati per uccidere chi non serviva più e le celle d'isolamento per i ribelli.

DOCCE-GAS E FORNI CREMATORI - Ma la cosa che ti pietrifica, la cosa che ti toglie il fiato e ti lascia senza pensieri, arriva alla fine, nell'ultima mezz'ora di quest'assurda gita. Arriva quando passi in mezzo a due barriere del filo spinato, un tempo elettrico, ed entri in un edificio che è diverso da tutti gli altri. Arriva quando vedi quello di cui hai così tanto sentito parlare. Arriva quando la guida ti dice "Qeste sono le docce. qui gli ebrei entravano nudi e potevano restarci anche per ore, tutti ammassati, al freddo, con la speranza che dalle bocchette uscisse acqua, ma col terrore che fosse gas. Ne sono morti a migliaia in queste docce" poi la guida si sposta un po' più in là, fa qualche passo avanti ed è costretta a chiamare più volte, perché i presenti sono come in trans. "Questi, invece sono i forni crematori" prosegue "qui si bruciavano i corpi dei morti, dopo avergli rubato capelli, denti in oro e ogni altra cosa preziosa potessero ancora avere".

FINE - Adesso è finita, si cammina tutti verso l'autobus. C'è un gran silenzio e le facce sono perdute nei pensieri. In bocca c'è solo amarezza. Nei cuori è la rabbia a regnare sovrana e nelle menti arrivano tutte assieme le domande, ma su tutte una stravince: perché? È il tramonto e la giornata è ormai passata, i passi sono lenti e ancora ci si guarda attorno increduli. Si pensa agli attuali episodi di razzismo, di nazifascismo, di omofobia e d'intolleranza e fa ancora più male. Il viaggio in autobus per Cracovia scorre veloce, in pace, se si potessero ascoltare i pensieri ci sarebbe un assurdo boato, ma di voci nessuna. Si scende dall'autobus, la gita è conclusa, si saluta la guida: allora ecco un bar, il clacson di un'automobile, le strisce pedonali e la gente che fa jogging, la normalità e il presente sono tornati, ma quelle emozioni non se ne andranno mai più.

di Stefano Papalia

18 Ottobre 2009

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