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LO PSICOLOGO RISPONDE

La depressione nella persona anziana. I consigli per conoscerla e affrontarla

Il disturbo, i sintomi, gli approcci e cosa fare

Cari lettori,
ho scritto questo articolo in seguito ad alcune vostre richieste pervenutemi sul tema della depressione nella persona anziana. Cercherò quindi di trattare l'argomento cercando di rispondere in modo chiaro alle domande giunte in redazione.

IL DISTURBO. Una cosa che intanto è bene sapere è che la depressione (oppure il “disturbo depressivo”, come viene spesso definito dai professionisti della salute mentale) si può manifestare in modi differenti, sia per forma che per gradi di intensità. Le cause scatenanti possono essere anche molto diverse tra loro, ma possiamo arrivare a considerarla una malattia sulla quale intervenire solo nel momento in cui le persone hanno estrema difficoltà a vivere la vita che hanno sempre fatto, avvertendo come molto difficoltoso fare fronte ai normali impegni quotidiani legati alla cura di sé, al lavoro, alla famiglia, alle relazioni con le persone importanti della propria vita. Devo comunque ricordare che in parte la depressione è “funzionale” nella tarda età. In altre parole è come se per alcuni aspetti permettesse all’individuo che si avvia verso un’età avanzata di acquisire nuovi modi di vedere il mondo. Come dire che le persone più mature perdono alcune capacità ma ne guadagnano altre. A conferma di ciò, alcuni importanti autori hanno infatti definito lo “stato” della vecchiaia come il “quarto stadio di sviluppo del cervello”. Alcune ricerche hanno anche dimostrato, sempre a conferma di ciò, che gli anziani estroversi e che possiedono una forte sensazione di forza interiore corrono un minor rischio di sviluppare la depressione. E' importante dire che anche il pensionamento può generare una depressione difficile da riconoscere a livello sintomatico, in particolare per i familiari. In questo caso specifico mi sento di dire che è bene sempre continuare a pensare in termini di “futuro”, eventualmente impegnandosi in attività soddisfacenti che non si sono potute svolgere fino a quel momento a causa del lavoro. Anche il supporto familiare, poi, è decisamente importante in queste situazioni poiché il problema principale, in sintesi, diventa quello di capire se i comportamenti “sintomatici” siano effettivamente conseguenti ad un inizio di depressione.

I SINTOMI. Bisogna sapere che la difficoltà nel capire i sintomi è che essi possono essere diversi ed anche opposti tra loro. Per capire meglio: la persona depressa non è solamente quella che sta a letto tutto il giorno. Al contrario, esistono forme depressive che si manifestano con una certa agitazione. Proviamo ora a fare una distinzione tra il piano “mentale” e quello medico. Solitamente i primi segnali psichici sono una ridotta capacità di concentrazione, una difficoltà a prendere decisioni anche poco importanti, la sensazione di sentirsi sempre giù di corda o tristi, la perdita di interesse nello svolgimento delle normali attività quotidiane (abulia o ipobulia) e nell’attività sessuale, il fatto di lamentarsi costantemente, fino ad arrivare – nei casi più gravi – ad avere pensieri ricorrenti di suicidio e morte. Dal punto di vista medico, quello che si osserva più frequentemente è una significativa perdita di peso (oppure un aumento di peso) superiore al 5 per cento in trenta-sessanta giorni, una marcata diminuzione o aumento dell’appetito, una sensazione di stanchezza che non passa mai (astenia), difficoltà a dormire oppure sonno eccessivo (insonnia o ipersonnia), rallentamento psicomotorio.
Se quindi si ha il sospetto che un familiare o persona cara soffra di questi sintomi, la prima cosa da fare è non sottovalutarli o, cosa peggiore, aspettare che passino da soli; questo perché quanto prima potrà essere effettuata una diagnosi corretta, tanto più favorevole e rapida potrà essere la risoluzione del problema.
La cosa che mi sento di dire è che è assolutamente doveroso, in questi casi, superare gli imbarazzi (tra l’altro cosa del tutto italiana) e rivolgersi ad uno specialista al quale raccontare della propria situazione. Molti casi di questo genere possono essere realmente risolti in tempi relativamente brevi quando la persona non attende peggioramenti del quadro clinico. Stessa cosa vale per i familiari. Se si notano “strani” cambiamenti nella persona cara è opportuno rivolgersi ad un esperto del settore della salute mentale che saprà consigliare il miglior approccio per intervenire, tenendo presente che ne esistono diversi. Le persone che soffrono di condizioni mediche o croniche gravi hanno un rischio più elevato di sviluppare un disturbo depressivo. Più precisamente, circa il 25 per cento degli individui che soffre o ha sofferto di diabete, infarto, ictus, carcinomi è a rischio di depressione. Ovvero circa una persona su quattro.

GLI APPROCCI. Come dicevo prima esistono differenti approcci al trattamento della depressione. In linea generale li possiamo riassumere in farmaci e psicoterapia oppure entrambe le cose. Come ho già detto, prima si interviene e più facilmente si potrà uscire dalla depressione, che i pazienti facilmente paragonano ad una sorta di tunnel nel quale non si vede mai la luce; che tradotto significa il recupero di energia psicologica, motivazione ed impegno, che insieme danno la sensazione di vivere una vita soddisfacente e confacente alle proprie esigenze personali. Comunque, l’associazione di farmaci e psicoterapia risulta ancora oggi essere la strada più efficace per combattere i sintomi e tornare ad una vita che appaga. In ogni modo ogni caso richiede una valutazione approfondita ed un approccio specifico alla persona. In generale sarebbe comunque bene pensare ad un percorso di cura che possa soddisfare le aspettative del paziente e non solo quelle del clinico, in termini di efficacia ed efficienza. Meglio se poi sono più professionisti ad occuparsi dello stesso caso. Ad esempio, uno psichiatra ed uno psicoterapeuta che collaborano insieme.

Vorrei anche ricordare che la depressione è considerata una risposta piuttosto comune fra gli anziani che hanno subito eventi traumatici quali la perdita del coniuge, l’infermità fisica o mentale o un peggioramento delle circostanze sociali ed economiche.
Ad un certo momento della vita è spesso spontaneo (e anche terapeutico!) fare un bilancio di molti aspetti della propria vita passata, presente e soprattutto futura. Se è quindi vero che le abilità “fluide”, ovvero le capacità di apprendere nuove informazioni tendono a declinare con la mezza età, è anche vero che le abilità “cristallizzate” (cioè le capacità di utilizzare al meglio le informazioni già apprese) crescono e si stabilizzano. In questo senso bisognerebbe fare riferimento proprio a queste abilità, tenendo presente che un peggioramento nella performance può essere compensato dall’impiego della “saggezza”, che implica conoscenza formale e morale di ciò che si sa e di ciò che non si sa, dipendendo quest’ultima dalla propria esperienza di vita e dalle risorse personali messe in gioco fino a quel momento. Tra l’altro, in età avanzata ci si proietta nel futuro in modo incerto e si inizia a pensare – non sempre in modo consapevole - al momento in cui la vita terminerà. E questo tipo di pensiero può in alcuni casi generare una condizione ansiosa che aggrava la sindrome depressiva.

La depressione, dopo la demenza senile, è la malattia psichiatrica più frequente nella popolazione degli anziani sopra i 75 anni di età. Molte ricerche stimano che circa il 10 per cento degli anziani non in cura siano depressi. Ma il dato più rilevante è che si stima che fra tutte le accettazioni geriatriche negli ospedali, quelle diagnosticate di depressione arrivano fino al 54 per cento. Il dato è importante e deve far pensare. Per questo è fondamentale rivolgersi a professionisti della salute mentale che possano accompagnare il paziente più maturo in un percorso di cura legato al recupero di una buona qualità di vita, permettendogli anche di recuperare la forza interiore e gli affetti che hanno fatto parte della sua esistenza.
Per concludere, vorrei evidenziare che L’Istat definisce una persona come “anziana” quando supera i 65 anni di età. Sempre l’Istat evidenzia che l’Italia è al secondo posto solo dopo la Germania, come indice di vecchiaia, che è una misura indicativa della percentuale degli anziani rispetto ai giovani sotto i 15 anni di età. In altre parole il nostro è un Paese di anziani che, nel tempo, richiederà alle istituzioni di cura una progressiva attenzione alle problematiche di questa fascia di età.

ALCUNI CONSIGLI. Alcuni consigli per non deprimersi in età avanzata:
1) Impegnati in attività soddisfacenti che non hai potuto svolgere fino a quel momento (hobby, nipoti, etc…);
2) Fai un bilancio della tua vita e lascia in sospeso meno situazioni possibili;
3) C’è qualcosa che avresti voluto dire alle persone care che non hai mai detto loro?
4) Pensa al tuo futuro ed alle cose che fai come se ti aspettassero ancora molti anni da vivere;
5) Fatti ascoltare: trova il modo giusto per esprimere la tua saggezza, soprattutto verso chi ha meno anni di te.

Dott. Salvatore Davide Mundanu

03 Maggio 2012

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