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EDITORIALE

La prescrizione e la malagiustizia

Con l'inaugurazione dell'anno giudiziario si è tornato a parlare del tema della prescrizione, e lo si è fatto attraverso le parole del procuratore della Corte d'Appello di Milano Giovanni Canzio, il quale l'avrebbe definita (la prescrizione) come "agente patogeno" che "incentiva strategie dilatorie della difesa" e "implementa oltre ogni misura il numero delle impugnazioni in vista dell'esito estintivo".
Ora, con tutto il rispetto per un alto e prestigioso magistrato come il Dott. Canzio, meraviglia di come si possa pensare alla prescrizione in questi termini e di come ciò rischi di incrementare nell'immaginario collettivo l'immagine dell'avvocato azzecca-garbugli e allunga-processi.

Che i processi in Italia, e mi riferisco in questa sede a quelli penali, durino tanti anni è cosa nota: ma che per questo si debba rinunciare all'istituto della prescrizione mi sembra assurdo, specie se si considera che, per molti reati essa interviene, mediamente, dopo più di 7 anni (se non oltre).
In un'epoca in cui le potenzialità informatiche potrebbero e dovrebbero garantire maggior celerità ai processi, ed in cui anche gli strumenti investigativi consentono (o,meglio, dovrebbero consentire) maggior velocità nelle indagini, non si comprende come si possa sostenere la "patogenicità" di un tale istituto, usato addirittura dagli avvocati difensori come arma.

Se uno Stato non riesce a far passare in giudicato una sentenza per truffa semplice in sette anni e mezzo, non può essere colpa dei difensori. Se poi, addirittura, non riesce, in questo enorme lasso temporale, neanche a concludere il processo di primo grado, non si può addossare la responsabilità a chi è deputato costituzionalmente a difendere il cittadino (qualche esimio giurista parlava di avvocato quale "garante dell'operato dello Stato"), ma sarebbe più giusto ricercare la causa altrove (forse anche nell'operato di alcuni magistrati).
Nè appare condivisibile la soluzione, sempre prospettata dal Dottor Canzio, di far decadere la prescrizione una volta che intervenga la sentenza di primo grado. La domanda, infatti, è: se passasse una simile affermazione di principio, non si andrebbe contro il principio di non colpevolezza fino a sentenza passata in giudicato? E comunque, ribadisco, i termini prescrizionali previsti dal nostro Codice sono già di per sè sufficientemente lunghi e di certo non possono soffrire della lentezza dell'apparato giustizia. Anche perchè, da ultimo, ci rimetterebbe il cittadino.
Senza contare, ed è fatto incontrovertibile, che per i processi di maggior grido, si finisce giudicati sugli organi di stampa ancor prima che si concludano, che sò, le stesse indagini preliminari. Dunque, sarebbe un controsenso riformare la prescrizione nei termini auspicati da certa magistratura, sia in fatto che in diritto come direbbe qualcuno. E ciò finirebbe per avallare quella lentezza endemica dei nostri tribunali che è conosciuta in tutto il mondo. 

Nè credo appare condivisibile il pensiero del Presidente Palamara, quando, sempre in occasione dell'apertura dell'anno giudiziario, ha esortato il Ministro Severino ad avviare una riforma "che passa attraverso il coraggio di mettere mano alla disciplina della prescrizione. Ce lo dice anche l'Unione europea".
Forse l'esimio magistrato ha dimenticato che la Corte di Strasburgo ha più volte condannato il nostro Paese per l'eccessiva durata dei processi, e che la stessa Corte ha individuato in 6-7 anni quella che potrebbe definirsi una "ragionevole durata dei processi". Un tempo sufficientemente lungo per arrivare a sentenza definitiva, nel rispetto dei diritti della persona offesa e, specialmente, dell'imputato.
Al contrario, anzi, l'Europa ci chiede da diverso tempo, ormai, di introdurre la responsabilità civile dei magistrati, i quali sarebbe giusto che, in caso di manifesto errore, siano chiamati a rispondere in prima persona dei propri sbagli, al pari di tutti gli altri professionisti (avvocati compresi).
E di esempi di magistrati che applicano il diritto in maniera "originale", per usare un eufemismo, ce ne sono diversi (basti pensare, tema tra tanti, all'ormai tristemente fenomeno del c.d. "falso affido condiviso"). D'altronde di magistrati che lavorano bene, e che quindi nulla avrebbero da temere nel caso si affermasse un tal principio, ce ne sono tanti, e sono la stragrande maggioranza.

Che la causa dell'eccessiva durata dei processi, e quindi dell'incombere della prescrizione (che tra l'altro è rinunciabile dall'imputato, e quindi non opera "ex se"), si ricerchi altrove, dunque, senza gettare fango sulla classe forense, quasi a voler nascondere agli occhi dell'opinione pubblica delle insufficienze che sono proprie dell'apparato giustizia nel suo insieme, e non, invece, appannaggio negativo di una sola componente (l'Avvocatura).
In tale ottica appaiono del tutto condivisibili le parole dello stesso Ministro della Giustizia, Avv. Paola Severino, che, a tal proposito, in un'intervista ha dichiarato che "il tema della prescrizione non è un tabù. Piuttosto, si deve valutare se il problema della prescrizione rappresenti la causa o la conseguenza della lentezza della giustizia".
Touchè.

dell'avv. Marco Valerio Verni

21 Marzo 2012

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