stampa | chiudi

EDITORIALE

La fine del regime di Gheddafi: davvero líinizio di un nuovo corso?

Riflessioni sulla fine del Ražs e sul futuro della Libia

Qualche mese fa, all'indomani della Risoluzione dell'Onu che autorizzava l'intervento militare al fine di salvaguardare la popolazione civile coinvolta nella rivolta contro il regime del Raìs, avevo salutato con pacato assenso tale decisione.
Si trattava di abbattere un regime che ormai era diventato troppo oltranzista, anche nei confronti dell'Europa, ed aiutare la popolazione libica a liberarsi dal tiranno.
Ebbene, il Regime è alla fine caduto. Ma come? Forse, nel peggiore dei modi. Gheddafi è stato letteralmente giustiziato in maniera sommaria, senza un processo. Senza quella possibilità di difendersi che, nei Paesi davvero democratici, dovrebbe essere concessa anche al peggiore dei malfattori.
Il dubbio è che personaggi come Gheddafi, che per anni hanno governato anche con la compiacenza delle potenze straniere, possano risultare, tutto ad un tratto, personaggi scomodi, pericolosi.
Già, perché c'è da domandarsi come mai non si sia preferito catturare un Saddam Hussein, e processarlo, di fronte ad un Tribunale internazionale, magari. Cosa avrebbe potuto rivelare di così scomodo? Stesso discorso per Gheddafi.
Se il buongiorno si vede dal mattino, speriamo in un fuso orario che abbia offuscato la lucidità di una nuova parte politica, quella più o meno mista delle tribù ribelli libiche, che si professano diverse, innovatrici.
Stati Uniti e Francia si sono, a quanto pare, premurati di rivendicare il merito della fine del regime libico, uccisione di Gheddafi compresa.
Non c'è da gloriarsi, per la seconda cosa: Gheddafi avrebbe meritato di essere processato da un Tribunale libico o, qualora non possibile, da un Tribunale internazionale. Anche in questo caso, certo, ci sarebbero potuti essere i legittimi sospetti sulla reale imparzialità o terzietà di questo eventuale organo giudicante. Ma d'altronde, è anche vero che non si possono negare le colpe di questo tiranno.
Ben venga, certo, anche se mi domando l'utilità a cose fatte, dell'inchiesta che l'Onu stessa vuole condurre per stabilire la verità sulla fine del Raìs. Ma ormai i segreti e le verità scomode che poteva rivelare sono morte con lui.
E mi domando: che differenza c'è tra un regime come il suo e quello, di altro tipo certamente, ma comunque pericoloso ed altamente dannoso, di ristretti gruppi finanziari che governano le fila invisibili della finanza, speculando sugli altri e facendo affari del tutto personali, salvo poi mandare in rovina il mondo alla prima grande falla che viene alla luce? Il riferimento è, in primis, (e non potrebbe essere altrimenti) a quegli Stati Uniti che si professano democratici e che hanno la pretesa (fine nobile, per carità, ma c'è da discutere sul concetto) di esportare tale democrazia nel mondo: quale democrazia, c'è da chiedersi?
Quella che, se si prova a manifestare a New York contro i disastri che gli stessi magnati della finanza e dell'establishment bancario americano - come non ricordare la crisi dei subprime del 2006?- hanno commesso a danno di tutto il mondo, si viene allo scontro fisico con la polizia?
Non credo sarebbe "democratico" giustiziare sommariamente quelli che hanno causato questo default finanziario mondiale: al contrario, andrebbero stabilite le differenti responsabilità in un regolare processo e, conseguentemente, puniti gli eventuali colpevoli. E magari (ed in questo gli Usa insegnano), con pene esemplari.
Allora, sgombriamo il campo dalle ipocrisie: Gheddafi, per quanti crimini possa aver commesso, andava processato secondo le regole della vera democrazia.
E, come lui, Saddam Hussein e lo stesso Osama Bin Laden, che certo avrebbe potuto raccontare, in una regolare "cross-examination", quelli che appaiono essere stati i rapporti d'affari tra la sua famiglia e quelli dell'ex Presidente statunitense George W. Bush ed i relativi interessi in gioco.
Eh sì, perché nonostante questo, l'Italia ha mandato comunque i suoi soldati a combattere il terrore internazionale, ed a morire, non rimproverando certo questi antichi, possibili, retaggi alla nazione a stelle e strisce. Di questo, forse, si è dimenticato il Signor Obama, quando, probabilmente per gli stretti rapporti tra Italia e Libia, ha omesso di ringraziare l'Italia per l'apporto offerto alla causa libica, nel suo discorso alle Nazioni Unite del settembre scorso (l'Italia è Stato sovrano, Mr. Obama: l'uso delle sue basi militari, quindi, non è atto dovuto né a Lei, né a nessuno).
Il nostro Paese, ben inteso, ha le sue responsabilità, ed anche nel passato non è stato esente da questo vizio del "giustiziare senza processare" (basta ricordare Mussolini, sommariamente giustiziato e appeso a Piazzale Loreto: errori del regime a parte, del tutto esecrabili, per carità, ci sarebbe stato molto da indagare sugli intrecci, le compiacenze e gli interessi internazionali).
Sia chiaro: chi sbaglia, specie a certi livelli, va condannato. Ma si è sempre in tempo a farlo, una volta che, in sede processuale, si siano accertate tutte le responsabilità (o colpe, che dir si voglia). Ma il processo, in questi casi, servirebbe, o dovrebbe servire, anche a far venire alla luce non tanto le "convivenze", quanto le ben più gravi "connivenze".
Si sbrighi, ora, il nostro governo, a contribuire, politicamente, a far sì che in quel Paese, la Libia, si trovi presto un equilibrio nuovo e sano. Anche a salvaguardia dei nostri interessi economici (inutile negarlo) messi a repentaglio da quelle potenze "alleate" che tanto si sono affrettate ad arrogarsi il merito della "vittoria". Discorsi cinici, forse, ma non ipocriti.
E che l'Onu, se ci riesce e se glielo permetteranno, faccia il suo dovere. Fino in fondo.

Avv. Marco Valerio Verni

24 Ottobre 2011

stampa | chiudi