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EDITORIALE

Due volte uccisi: dalle granate e dal silenzio dei media

Primo appuntamento di ‘Profili di intercessione’ all’Oasi della Pace di Passo Corese: una serata sconvolgente sul dramma della chiesa irachena

Nella foto padre Ragheed, ucciso in Iraq il 3 giugno 2007

Una serata interamente dedicata alle sorti dell'Iraq, ai massacri, alle storie di tanti nuovi martiri che stanno tingendo di rosso le strade sterrate dell'antica Mesopotamia. "Redupia wesahdutha" due parole all'apparenza astruse, due antiche parole della liturgia siriaca, fanno da titolo all'iniziativa. In italiano significano 'persecuzione e testimonianza'. È infatti del martirio di una comunità perseguitata che si è voluto parlare sabato 20 novembre 2010 nella Comunità Mariana "Oasi della Pace" di Passo Corese.

Ospiti d'eccezione della serata due giovani sacerdoti iracheni: padre Samer Soreshow Yohanna e padre Thabet H. Yousif Mekko, entrambi della diocesi di Mossul.

Questo è il primo appuntamento di "Profili di intercessione": un'iniziativa lanciata dalla Comunità Mariana - Oasi della Pace di Passo Corese con l'obiettivo di porre sotto i riflettori argomenti di attualità non ben pubblicizzati dai media, se non addirittura tranquillamente ignorati, perché non fanno audience, né solleticano il prurito della curiosità dei lettori. L'intento di queste serate culturali non è certo quello di far politica e mettere sul banco degli imputati i potenti della terra. Si tratta più semplicemente di sensibilizzare le coscienze, di prendersi a cuore la sorte del fratello, di farsene carico, per tradurre poi il sentimento in preghiera, in azione. Questo è il fine e l'anima di "Profili di intercessione".

Alla vigilia della giornata di preghiera nazionale per i cristiani perseguitati, la comunità irachena torna dunque a far parlare di sé, della sua storia antica e recente. Una storia millenaria, a ben guardare, perché in quella terra i seguaci di Cristo si sono impiantati da sempre - lo ricordava con energia padre Thabet - facendo fiorire una cultura del dialogo e della moderazione, capace di interloquire perfino con l'Islam. Una terra che fu culla della Scrittura, i cui luoghi sono legati alla memoria di Abramo, dei profeti esilici, alle città di Babilonia e Ninive. Una terra che fu patria di grandi santi e teologi, di Efrem, il cantore della Vergine. Una terra che la Chiesa d'Occidente non può lasciar sola.

La minoranza cristiana in Iraq si trova oggi di fronte ad un'alternativa allarmante: o l'estinzione a furia di colpi di mitra e di esplosivo, o l'esodo obbligato e massiccio. Lo stesso padre Samer, monaco dell'ordine di Sant'Ormisda, dice di non aver più alcun familiare nel suo paese d'origine. La mamma e i fratelli, attraversando Siria, Turchia e Grecia in una moderna Odissea comune a molti cristiani di Mosul e Baghdad, sono infine sbarcati in una "colonia" irachena alla periferia di Parigi. L'ultimo dei suoi familiari è scappato qualche settimana fa, dopo l'attacco alla cattedrale di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso (o meglio, della Madre dello SOS, come direbbe una traduzione letterale dell'arabo).

Anche su questo recente fatto i due conferenzieri si sono soffermati. L'attacco del 31 ottobre alla basilica siro-cattolica di Baghdad ha avuto dell'agghiacciante: un sacerdote, padre Wassim, trafitto da una pioggia di pallottole mentre celebrava la messa, un altro, padre Taher, probabilmente fatto esplodere nei pressi dell'altare mentre cercava di persuadere i terroristi (ragazzi di 15-16 anni) dell'inutilità di una simile carneficina. Ed anche un bambino, Adam di 3 anni, messo brutalmente a tacere a colpi d'arma da fuoco mentre gridava: "Basta, basta!", ignaro della gravità della situazione. Infine una sposa di circa vent'anni fatta saltare in aria con il piccolo che portava in grembo da appena 40 giorni. Unica colpa: trovarsi in chiesa per ringraziare Dio del dono di essere madre. Martiri dei nostri giorni, alcuni dei quali vecchi compagni di banco dei due protagonisti della serata del 20 novembre scorso.

Interviene sovente al dibattito un sacerdote sedutosi in prima fila, padre Giovanni Naoom Ghanim, da 12 anni in Italia e parroco di Selci, anch'egli iracheno, anch'egli di Mossul. Anche a lui la furia omicida del terrorismo ha strappato due anni fa un fratello di sangue.

In una sorta di cammino a ritroso, i riflettori si spostano dal 31 ottobre 2010 al 3 giugno 2007, quando cadde vittima del terrorismo un altro sacerdote cattolico, padre Ragheed, un altro amico dei sacerdoti ospiti della serata Samer, Thabet e Giovanni. Una foto, proiettata durante la conferenza, lo ritrae ancora giovane studente in un viottolo romano mentre, con il sorriso stampato sulle labbra, addita l'insegna "Largo Vittime del Terrorismo". A ben pensarci, un segno premonitore di quello che da lì a qualche anno sarebbe stato il suo destino. E dopo di lui, la scomparsa del suo vescovo, Paulos Farj Rahho, in una moderna litania dei santi, ignorata dalla stampa, che feconda però fino alle radici l'albero della fede della chiesa universale, della chiesa tutta.  

Necessaria conseguenza: questi fatti dovevano essere narrati, dovevano essere portati alla luce, per non costringere la comunità irachena ad un ulteriore martirio, secondo solo a quello di sangue: il martirio dell'ignoranza, del non-riconoscimento da parte dei propri fratelli nella fede.  

Spontanea insorge la domanda: "Che cosa possiamo fare per voi, noi cristiani del benessere?" È una donna del pubblico (davvero numeroso) a lanciare l'appello. Ma la risposta dei padri iracheni è univoca: la loro chiesa non ha bisogno di soldi. I politici dovranno fare certamente il loro dovere. Ma i piccoli, tutti i cristiani di buona volontà, possono sostenere i loro fratelli perseguitati con la preghiera, con la vicinanza, l'affetto, l'interesse, con la parola e il gesto di chi ti dice: Conosco la tua sofferenza!

Una processione silenziosa è l'emblema conclusivo della serata. Due canti, uno in siriaco, l'antica lingua liturgica della chiesa irachena, l'altro in bizantino, un inno alla Madre di Dio, dinanzi ad un mappamondo illuminato, ad uno stralcio della cartina geografica dell'Iraq, dinanzi alla statua di Maria, Regina della Pace. Infine l'accensione della "lanterna della pace", alimentata dall'olio di Terra Santa. È l'ultima nota, quella più significativa di questa serata: la nota della carità fraterna che si fa intercessione.  

di Fr. Leopoldo Lazzaro, cmop

25 Novembre 2010

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